È seccante e decisamente anti-avventuroso che il mio primo viaggio negli Stati Uniti avvenga per motivi di lavoro, e ad alimentare lo scorno concorre non poco il fatto che la trasferta giunga nel momento meno opportuno del mese più sbagliato di quello che ha tutta l’aria di essere l’anno più importante della mia vita.
Ora che ho la mente un po’ più lucida e le parole sono un po’ più a fuoco, vorrei scrivere di questo viaggio raccontandone gli aspetti più biecamente superficiali, compiendo l’immane sforzo di mettere da parte il resto (mai provato a fermare una valanga con la mano, solo per raccogliere un pacchetto di caramelle scivolato dalla tasca, prima che questo venga sepolto assieme a te e tutto il resto attorno?), ed è questo che proverò a fare, da adesso in poi. Dal prossimo capoverso in poi, per essere precisi.
Da dove cominciare? Per esempio da un freddo sabato mattina, dopo aver raccolto frettolosamente i cocci di un qualcosa che si è frantumato dentro e intorno, e averli ricomposti un po’ a casaccio, giusto per dare una parvenza non dico di solidità, ma se non altro di decoro. Un tuffo al cuore, la ghiaia in gola, il rumore della portiera e improvvisamente siamo soli. Io e Malpensa, tra tutti gli aeroporti di certo il più grigio, desolante e lunare.
A fronte di un fardello considerevole di lati negativi, questo viaggio presenta per lo meno due innegabili aspetti che dovranno essere ricordati ed elencati con un bel segno “più”, come imparerò molto presto:
a) Stefano, il mio collega, è decisamente il miglior compagno di viaggio possibile, se non altro in questo momento e in questa vita. E’ un commerciale esperto, quindi abituato a lunghe trasferte transoceaniche, è organizzatissimo, padrone della cultura e della mentalità (ha vissuto alcuni anni negli USA). Ma è un commerciale in un certo senso atipico: è molto umano, simpatico, positivo, bravo nel comprendere i momenti bui e abilissimo nel sostenerti e farti sentire a tuo agio, sempre.
b) Viaggiare in business class è innegabilmente, definitivamente, sfacciatamente una figata. Una eccessiva, immorale, costosissima figata.
Nonostante il mio viaggio duri in definitiva meno di una settimana mi presento con due valigioni piuttosto imponenti, perché sono stato messo in guardia da Stefano sul fatto che
Il nostro biglietto ci da diritto alla lounge, al posto della squallida sala d’aspetto, con giornali, tv, internet e bar rigorosamente gratis. Il fatto, però, che non vengano per nulla riportate le informazioni sui voli in partenza nè eventuali segnalazioni di ritardi o voli cancellati la rende di fatto assolutamente inutile, a meno di non avere a disposizione alcune ore di tempo prima del volo.
La business class, dicevo. Il tuo biglietto costa almeno quattro volte di più di quello di chi viaggia in economy, e la cosa non può in alcun modo essere giustificata, dal momento che non è possibile far sì che il tuo viaggio duri quattro volte di meno. La compagnia aerea questo lo sa, e il modo in cui si impegna per rimediare al gap è davvero commovente: visto che tutto quello che possono fare, in definitiva, è farti scendere dall’aereo, nove ore dopo, un po’ meno stanco e meno sudato, si fanno in quattro per rendere il tuo volo un’esperienza il più possibile piacevole e poco traumatica, e riuscire a non mettere piede sul suolo americano completamente ubriachi diventa un’impresa davvero probante.
Una volta salito sull’aereo e individuato il mio posto (per inciso, lo spazio a disposizione di ogni passeggero è pari a quello del soggiorno di casa mia), vengo subito avvicinato da una hostess sorridente e cortese in maniera vagamente lasciva, che si impossessa della mia giacca per riporla in un guardaroba.
Trenta secondi dopo è di nuovo da me, a chiedermi se gradisco un drink. Spiazzato, rifiuto e cerco di ambientarmi, guardandomi attorno e individuando le varie comodità a mia disposizione: coperta, cuscino, schermo tv personale, piccolo beauty contenente spazzolino dentifricio colluttorio tappi per le orecchie mascherina da notte e calze antiscivolo. Evidentemente sono circondato da habitué perche, mentre io sto ancora cercando di capire dove sono finito, attorno a me tutti indossano babbucce rosse e sorseggiano margarita, sotto gli sguardi severi dei passeggeri “poveri” che stanno salendo a bordo alla rinfusa.
Una volta decollati e presa confidenza con l’ambiente, è già ora di ordinare il pranzo, che prevede antipasto, piatto principale, dessert, caffè, ammazzacaffè e vino a profusione. Il menù è stato appositamente studiato dalla chef Michelle Bernstein, che pare sia molto famosa a Miami, e prevede piatti piuttosto ricercati dai sapori non esattamente mediterranei (alla fine del viaggio li definirei troppo “americani”, difficile spiegare cosa intendo, lo so, ma immaginate ogni singolo piatto accompagnato da salsine o aromi eccessivi e non sempre azzeccati, come mettere la senape sul crudo di Parma).
In ogni caso mangio piuttosto bene e soprattutto bevo un eccellente chardonnay californiano, prima di dedicarmi anima e corpo allo studio del monitor personale, estraibile dal bracciolo della poltrona, che con una discreta scelta di film, serie tv, stazioni radio e cd, mi tiene compagnia per quasi tutto il viaggio, anche perché la “Storia della mie calvizie”, recentemente regalatomi da Edwin, non si rivela il libro più adatto al mio umore da terremotato nell’animo.
Continua...
Ora che ho la mente un po’ più lucida e le parole sono un po’ più a fuoco, vorrei scrivere di questo viaggio raccontandone gli aspetti più biecamente superficiali, compiendo l’immane sforzo di mettere da parte il resto (mai provato a fermare una valanga con la mano, solo per raccogliere un pacchetto di caramelle scivolato dalla tasca, prima che questo venga sepolto assieme a te e tutto il resto attorno?), ed è questo che proverò a fare, da adesso in poi. Dal prossimo capoverso in poi, per essere precisi.
Da dove cominciare? Per esempio da un freddo sabato mattina, dopo aver raccolto frettolosamente i cocci di un qualcosa che si è frantumato dentro e intorno, e averli ricomposti un po’ a casaccio, giusto per dare una parvenza non dico di solidità, ma se non altro di decoro. Un tuffo al cuore, la ghiaia in gola, il rumore della portiera e improvvisamente siamo soli. Io e Malpensa, tra tutti gli aeroporti di certo il più grigio, desolante e lunare.
A fronte di un fardello considerevole di lati negativi, questo viaggio presenta per lo meno due innegabili aspetti che dovranno essere ricordati ed elencati con un bel segno “più”, come imparerò molto presto:
a) Stefano, il mio collega, è decisamente il miglior compagno di viaggio possibile, se non altro in questo momento e in questa vita. E’ un commerciale esperto, quindi abituato a lunghe trasferte transoceaniche, è organizzatissimo, padrone della cultura e della mentalità (ha vissuto alcuni anni negli USA). Ma è un commerciale in un certo senso atipico: è molto umano, simpatico, positivo, bravo nel comprendere i momenti bui e abilissimo nel sostenerti e farti sentire a tuo agio, sempre.
b) Viaggiare in business class è innegabilmente, definitivamente, sfacciatamente una figata. Una eccessiva, immorale, costosissima figata.
Nonostante il mio viaggio duri in definitiva meno di una settimana mi presento con due valigioni piuttosto imponenti, perché sono stato messo in guardia da Stefano sul fatto che
- Lesson 1: nei voli transoceanici di linea, otto volte su dieci il tuo bagaglio viene perso, spedito a destinazioni errate o non lascia nemmeno l’Italia, per cui è meglio avere un poderoso bagaglio a mano, che contenga, oltre al pc e a tutti i documenti di lavoro, anche almeno due cambi completi, a meno che tu non voglia, come prima cosa, comprare mutande e magliette in qualche grande magazzino, con la certezza di sbagliare la taglia.
Il nostro biglietto ci da diritto alla lounge, al posto della squallida sala d’aspetto, con giornali, tv, internet e bar rigorosamente gratis. Il fatto, però, che non vengano per nulla riportate le informazioni sui voli in partenza nè eventuali segnalazioni di ritardi o voli cancellati la rende di fatto assolutamente inutile, a meno di non avere a disposizione alcune ore di tempo prima del volo.
La business class, dicevo. Il tuo biglietto costa almeno quattro volte di più di quello di chi viaggia in economy, e la cosa non può in alcun modo essere giustificata, dal momento che non è possibile far sì che il tuo viaggio duri quattro volte di meno. La compagnia aerea questo lo sa, e il modo in cui si impegna per rimediare al gap è davvero commovente: visto che tutto quello che possono fare, in definitiva, è farti scendere dall’aereo, nove ore dopo, un po’ meno stanco e meno sudato, si fanno in quattro per rendere il tuo volo un’esperienza il più possibile piacevole e poco traumatica, e riuscire a non mettere piede sul suolo americano completamente ubriachi diventa un’impresa davvero probante.
Una volta salito sull’aereo e individuato il mio posto (per inciso, lo spazio a disposizione di ogni passeggero è pari a quello del soggiorno di casa mia), vengo subito avvicinato da una hostess sorridente e cortese in maniera vagamente lasciva, che si impossessa della mia giacca per riporla in un guardaroba.
Trenta secondi dopo è di nuovo da me, a chiedermi se gradisco un drink. Spiazzato, rifiuto e cerco di ambientarmi, guardandomi attorno e individuando le varie comodità a mia disposizione: coperta, cuscino, schermo tv personale, piccolo beauty contenente spazzolino dentifricio colluttorio tappi per le orecchie mascherina da notte e calze antiscivolo. Evidentemente sono circondato da habitué perche, mentre io sto ancora cercando di capire dove sono finito, attorno a me tutti indossano babbucce rosse e sorseggiano margarita, sotto gli sguardi severi dei passeggeri “poveri” che stanno salendo a bordo alla rinfusa.
Una volta decollati e presa confidenza con l’ambiente, è già ora di ordinare il pranzo, che prevede antipasto, piatto principale, dessert, caffè, ammazzacaffè e vino a profusione. Il menù è stato appositamente studiato dalla chef Michelle Bernstein, che pare sia molto famosa a Miami, e prevede piatti piuttosto ricercati dai sapori non esattamente mediterranei (alla fine del viaggio li definirei troppo “americani”, difficile spiegare cosa intendo, lo so, ma immaginate ogni singolo piatto accompagnato da salsine o aromi eccessivi e non sempre azzeccati, come mettere la senape sul crudo di Parma).
In ogni caso mangio piuttosto bene e soprattutto bevo un eccellente chardonnay californiano, prima di dedicarmi anima e corpo allo studio del monitor personale, estraibile dal bracciolo della poltrona, che con una discreta scelta di film, serie tv, stazioni radio e cd, mi tiene compagnia per quasi tutto il viaggio, anche perché la “Storia della mie calvizie”, recentemente regalatomi da Edwin, non si rivela il libro più adatto al mio umore da terremotato nell’animo.
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