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mercoledì 2 aprile 2008

Dolomiti '07 - parte terza: Florestano is my co-pilot

Il giorno successivo veniamo salutati da un bel sole, che ci permette di accorgerci dello spettacolare scenario nel quale siamo immersi. Decidiamo, ovviamente, di prendercela comoda, pranzare a casa, e muoverci nel pomeriggio. Così ho modo di apprendere i rudimenti di un’antica lingua druidica che veniva utilizzata dagli indigeni del luogo per non farsi capire dagli stranieri (che venivano poi catturati, seviziati e sacrificati a Bacco nella piazza del paese, ma questa è un’altra storia), per cui se vi dicessi che vi auguro di imbattervi in uno “sburgo nel ciurlo” (e mi guarderei bene dal farlo, sia chiaro, ne andrebbe della vostra e della mia sanità mentale), voi non sapreste mai in quale orrendo destino potreste incappare, ah ah ah (risata satanica) …
Al termine dell’ottimo pranzo preparato da Fabio, cuoco di lungo corso, ci addentriamo in una serratissima disquisizione filosofica, dove assistiamo alla prima, storica enunciazione della rivelatrice teoria dei passaggi a livello, che sembra mettere tutti d’accordo, e che rappresenta un ulteriore miglioramento del sottile postulato secondo cui “le donne son tutte puttane” (lo so, mi scuso se uso parole difficili, ma la filosofia è pura e richiede a volte l’utilizzo di termini un po’ aulici, non è per tutti…).
Il programma della giornata prevede una puntata a San Martino di Castrozza e, in serata, cena presso l’agriturismo “La Busca”, caldamente consigliato da House, presso il quale avevamo prenotato immediatamente dopo il nostro arrivo a Tiser.
San Martino è molto bella, sembra quasi una “Cortina in diminutio“. Approfittando della bella giornata, prendiamo un aperitivo su una terrazza con splendida vista sulle Pale di san Martino. A dire il vero sarebbero le cinque del pomeriggio, l’ora del tè, ma, come è ben noto, in tutto il Triveneto le bevande analcoliche sono illegali*, per cui questa è “l’ora dello Spritz”, (che qui viene dato ai bambini nelle scuole al posto del latte) che ci viene servito accompagnato da una bella varietà di stuzzichini. Mi soffermerei in particolar modo sui peperoncini verdi, che mangiamo solo io e Nico e che, come scopriremo poi con nostra grande sorpresa, si riveleranno fondamentali per passare indenni la notte.



Eccoci quindi pronti per la cena, dove faremo visita al “nano”, come viene soprannominato il gestore dell’agriturismo e (il suo vero nome è Florestano) che, ci avvisa House, è un personaggio molto particolare.
Devo essere sincero fino in fondo: non ero particolarmente entusiasta dell’idea; non so perché, ma sono sempre un po’ scettico di fronte agli agriturismi, dove, trincerandosi dietro la bandiera di una pretesa genuinità, vengono spesso serviti cibi mediocri e maleodoranti.
La Busca si trova a Lambroi, una frazione di Tiser (che a sua volta è una frazione di Gosaldo; se c’è una cosa che ho imparato, in questi giorni, è che Gosaldo è un paese lunghissimo, di cui nessuno conosce gli effettivi confini, e che sospetto si estenda con delle propaggini fino in Ungheria), ed è un vecchio casolare dove si può cenare solo venerdì e sabato, e pranzare la domenica (d’estate, però, è sempre aperto a mezzogiorno).
Se doveste mai andarci, non fatevi ingannare da sciocchi pregiudizi (come il mio sugli agriturismi) o dall’aspetto dimesso della costruzione, lasciatevi alle spalle dubbi e problemi personali e varcate la soglia col cuore leggero. (Se così non fosse, non preoccupatevi, ci penserà la cucina a risollevarvi lo spirito)
L’interno è piccolo (al massimo una ventina di coperti), spartano ma molto familiare. Ci accoglie un ragazzo molto giovane, che scopriamo essere il figlio di Florestano nonché il (formidabile) cuoco. Il nostro tavolo è già imbandito con gli antipasti, e noi non troviamo di meglio da fare che sederci e cominciare a divorare tutto, senza ritegno alcuno, come in apnea. Non ci accorgiamo quasi della figura che si erge alle nostre spalle, che ci scruta divertito e benevolo: Florestano.
Il “nano” è in realtà un bestione imponente, di età indefinibile, dalle movenze felpate e i modi gentili, che gli conferiscono un che di rassicurante e paterno. Ci spiega che ha “abdicato” in favore del figlio, che ormai gestisce il locale con la sua ragazza, che però quella sera è malata, e per questo lui è qui in sua sostituzione. A posteriori posso dire di non essere mai stato tanto felice per la malattia di un’altra persona.
Il menù è fisso e cambia a seconda dell’umore del cuoco e della disponibilità di prodotti freschi.
Si comincia subito con una marea di antipasti particolari e sfiziosi. Tra quello che mi ricordo: zucchine crude con sesamo e senape, pomodori secchi, vari sottoaceti, affettati misti (coppa, speck, salame e soppressa), patè, bruschette al lardo e al pomodoro (con pane fatto in casa), involti di affettati e formaggi, uova sode con deliziose salsine artigianali, lattuga con uvetta e pinoli: tutto divino.
Solo dopo cominciamo a tirare il fiato, prendere confidenza col luogo e renderci conto che, alle pareti, sono appesi testi di canzoni anarchiche e strazianti poesie cilene, di quelle che sanno scaldare il cuore anche più del peraltro ottimo vino che annaffia le nostre risate.
Ecco il turno dei primi: un tris composto da gnocchi di zucca, tagliatelle ai finferli e ravioli burro e salvia, tutto rigorosamente fatto in casa e parimenti ottimo. Dopo il primo giro (per Fabio è durato una ventina di secondi, per gli altri un po’ di più) Florestano passa a rabboccare i piatti di tutti (comprese le due ragazze che non si tirano indietro affatto). Passa una, due volte, e poi, sconfitto ed incredulo, abbandona le padelle sul tavolo.
Più tardi “il nano” ci confesserà di averci sottovalutati dopo averci visto avventare come locuste sugli antipasti, e aver pensato a noi come a degli sprovveduti “sprinter” cittadini, salvo poi doversi ricredere e constatare la nostra ottima preparazione anche sul fondo.
A dire il vero, noi stessi siamo piuttosto stupefatti della nostra prestazione (Fabio poi è da standing ovation: quattro giri COMPLETI non si vedevano dal ’54…). Io e Nico finiamo per convincerci del fatto che i peperoncini verdi di S. Martino si siano costituiti in una complessa struttura reticolare, fondamentale impalcatura in grado di sorreggere al meglio il carico straordinario a cui stiamo sottoponendo il nostro stomaco.
Per secondo, pollo ai peperoni: eccellente (c’è bisogno di dirlo?). Sinceramente non ricordo se il vino fosse sfuso o in bottiglia, ma rammento che scorreva a fiumi ed era molto buono.
A questo punto io ed Eleonora sentiamo il bisogno di alzarci, per non morire soffocati, e usciamo all’aperto, dove presto veniamo raggiunti da Florestano, con il quale intraprendiamo una brillante conversazione sui massimi sistemi. Restiamo totalmente rapiti ed affascinati da quest’omone gentile dalla barba bianca, a metà fra un Che Guevara pacificato e un maestro Zen, una sorta di guru anarchico in sandali, dallo sguardo sereno e coraggioso, placido e intelligentissimo, che ci racconta di come lui abbia deciso di dare una svolta completa alla sua vita ogni cinque anni. Veniamo richiamati alla realtà (abbiamo saltato i formaggi ma ci sono i dolci!) da Erica, e rientriamo con nel cuore la sensazione di essere arrivati vicinissimi alla soluzione dei mali del mondo e l’assoluta certezza che, se nei governi sedessero persone così, la vita sarebbe di sicuro meno amara.
I dolci consistono in un assaggio di sei-sette tipi di torte diverse. Sarebbe già abbastanza per catapultare la serata nel mito, ma (dura a crederci, lo so) il meglio deve ancora arrivare: dopo un caffè d’orzo, Florestano ci lascia sul tavolo almeno DODICI bottiglie di grappe diverse, da lui aromatizzate con erbe varie. Le assaggio tutte (eccellente in modo particolare quella alla liquirizia) ed entro in un empireo fatto di sensazioni contrastanti, la testa è leggera, i peperoncini scricchiolano ma non cedono, e la serata si chiude sulle note della marcia trionfale dell’Aida suonata dall’orchestra degli animali del bosco (o forse questo me lo sono solo immaginato? Non ci giurerei). Alla fine il conto è di 27 euro a testa, cioè nulla, ma in ogni caso cos’è il vil denaro di fronte alle porte del paradiso?
Giudizio: quattro zampini e mezzo (**** ½ )
Uscendo penso alla strada, ai tornanti da fare per tornare a Tiser, a quanto ho bevuto, e al fatto che, stranamente, mi sento lucidissimo, e poi, vado tranquillo, perché “Florestano is my co-pilot”.


La Busca, ovvero: le porte del paradiso

* a tal proposito ci è capitato di assistere ad una scena piuttosto emblemetica: degli uomini in un bar, dopo aver verosimilmente bevuto dai tre a i sei litri di prosecco, erano imbarazzatissimi ad ammettere di ver ordinato "l'acqua granda" (che suppongo essere una bottiglia da litro di acqua minerale), a conferma dell'evidente tabù verso tutto ciò che non presenti un seppur minimo grado alcolico.

martedì 1 aprile 2008

Dolomiti '07 - parte seconda: no bombardino, no party

Una volta aver ripreso conoscenza, non ho dovuto fare molta fatica per adattarmi ai severissimi ritmi imposti alle giornate: sveglia all’alba, verso le 9 – 9:30, colazione frugale consistente in sei-sette etti di pane e nutella e partenza, in auto, verso le 11, alla volta di una meta mai troppo definita. Evidentemente, mi sono detto, le velleità organizzative di House sono state scardinate senza troppe resistenze.
Lo stesso House, del resto, sembrava combattuto tra due poli di attrazione fortissimi e opposti: da un lato, l’ingerenza familiare, sorta di imprinting “gosaldiano”, ben radicata ed evidente nel fratello Italo, che richiederebbe per lo meno trenta-quaranta chilometri in ferrata al giorno, cibandosi di bacche, muschio e piccoli roditori il cui pellame deve essere esibito come trofeo appeso al berretto (del resto, come ben noto, i gosaldiani sono del tutto privi di capelli), e dall’altro un approccio decisamente più “pantofola-oriented” di stampo mediterraneo. Ecco quindi che l’intero gruppo (oltre ad House, Nico ed io, ci sono Eleonora, Erica, Fabio, Massi e Armando) si trova concorde nell’accettare senza troppa resistenza la formula “eat & drive (& eat again)”, che prevede minimi spostamenti a piedi (giusto il percorso necessario per trascinarsi dall’auto al tavolo del ristorante e ritorno) e massima soddisfazione mangereccia.
Per cui quella che dovrebbe essere una breve sosta al rifugio del Passo Giau “per un panino veloce” si tramuta in un’apoteosi, cominciata timidamente con un ottimo sandwich allo speck e birra trappista (Chimay tappo blu, quanto mi piace) e terminata con una freschissima torta di mele e un eccezionale bombardino caldo (a chi si stesse domandando come è possibile farsi un bombardino ad agosto, rispondo facendo notare che c’erano tipo due o tre gradi e nuvole così basse che rendevano il panorama simile a quello della bassa Padana). Voto: due zampini comodi (**). Il tutto, lo ricordo, a due ore scarse dalla colazione.
Si riparte quindi, completamente ubriachi, verso la nostra meta pomeridiana, Cortina, dove ci appresteremo a compiere la camminata più lunga dell’intera vacanza, nello struscio postprandiale del centralissimo Corso Italia.
Qui abbiamo avuto modo di osservare una fauna dalla ricchissima varietà: tra gli uomini, il "tipo Briatore" è ancora il più gettonato (mai visto in vita mia una più alta concentrazione di pantaloni colorati, rosa, arancioni, rossi, verde mela, giallo canarino, roba da mandare in fibrillazione ventricolare anche i più clamorosi fighetti varesini), mentre per le donne, chiedere a Massi – il filosofo del gruppo, intento ad elaborare, proprio in quei giorni, la teoria poi passata alla storia come “modello dei passaggi a livello” – il cui “rilevatore di topa” (un modello non troppo sofisticato, se vogliamo, ma solido e affidabile, costruzione tedesca) è arrivato presto a fondo scala.
Ci lasciamo Cortina alle spalle, non prima di aver progettato con Nico l’apertura di una sezione locale del Partito Comunista Combattente, solo per “vedere di nascosto l’effetto che fa”.
Per la cena ci siamo recati ad Agordo, in un posto di cui purtroppo (mi perdonerete, lo so) non ricordo il nome, su consiglio dell’ineffabile Damiano, vicino di casa di House, che in cambio di un paio di bicchieri di vino e una grappa (credo che non fosse la prima della serata, e forse nemmeno la seconda...) accetta di condurci al ristorante, che sarebbe stato altrimenti irraggiungibile, ben nascosto dalla fitta vegetazione.
Il locale è piuttosto caratteristico ed accogliente, malgrado l’entusiasmo del proprietario e, soprattutto, di sua moglie non sia proprio alle stelle (lo si intuisce dallo sguardo carico d’odio con cui accompagna le portate al tavolo). Evidentemente, da queste parti, le nove di sera sono un orario considerato sconveniente per uscire a cena. Comunque mangiamo piuttosto bene e abbondantemente. Optiamo un po’ tutti per una cena leggera, a base di cinghiale, polenta e formaggio. Io in particolare prendo pappardelle al ragù di cinghiale e, per secondo, cinghiale e polenta. Innaffiamo il tutto con un onesto rosso della casa e concludiamo con una buona torta casalinga, caffè e grappa. Il proprietario passa la serata guardando un film, con ogni probabilità un cult del cinema veneto undergound degli anni ’70, in cui, se non ho visto male, Lino Toffolo è impegnato ad accoppiarsi con una vacca (intesa proprio come quadrupede bovino con le corna, a scanso di equivoci).
Ricapitolando: cena soddisfacente, prezzo che non ricordo ma che mi era parso tutto sommato basso, e servizio cordiale ma freddissimo e distaccato (House direbbe che è la “tempra” della gente del luogo, dura all’apparenza ma morbida in profondità, io la definirei più che altro una malcelata “madornale rottura di coglioni”). Giudizio: uno zampino e mezzo (* ½).
Mi scuso per la totale penuria di informazioni, che non mi permette di ricordare nomi e pietanze (c’era un piatto con un formaggio fritto, mi pare, ma proprio non mi viene in mente), ma non so se questo sia dovuto al ristorante non proprio memorabile o alla combinazione birra-bombardino-vino-grappa che aveva obnubilato le mie capacità cognitive…

Continua…



Passo del Giau

lunedì 31 marzo 2008

Dolomiti '07 - parte prima: collassi "imperiali"

Quella che segue è la prima puntata della cronaca di una vacanza culminata con una serata magica, il racconto di un’esperienza difficilmente dimenticabile nella sostanza, ma che richiede di essere scritta per immortalarne i dettagli, prima che questi vengano distorti dal ricordo assumendo sembianze mitiche, o semplicemente scivolino fuori dalle maglie della memoria.
Mi decido solo ora a raccontarla, con ritardo colpevole e ingiustificato, dopo aver più volte rimandato in attesa di essere raggiunto da parole più adatte di quelle che riuscivo a trovare, e che, a malincuore, mi appresto ad usare.


Quando, la scorsa estate, mi è stata prospettata la possibilità di trascorrere qualche giorno sulle dolomiti bellunesi, ho accettato di buon grado, vista la buona compagnia e l’umana necessità di concedermi un po’ di riposo, staccando la spina nel mezzo di un periodo lavorativamente piuttosto intenso.
La meta è Tiser, frazione di Gosaldo, paesino vicino ad Agordo, non lontano da Alleghe e Cortina, luogo di origine dei genitori di House, che ci offre gentile ospitalità nella casa paterna.
Il posto è affascinante, soprattutto per via di una leggenda popolare che trovate qui (Eh, si, ci si documenta, non siamo mica qui a pettinare le bambole, noi...), e per la relativa vicinanza con i luoghi della tragedia del Vajont, a cui ci riproponiamo di fare una visita.
Mi ero preparato ad epiche escursioni per impervi sentieri, deciso ad accettare una sofferenza fisica alla quale non sono più molto aduso, sicuro di venire ripagato da scenari indimenticabili, paesaggi mozzafiato, e quel “cameratismo della fatica” che rende speciale il sapore di ogni escursione montana; Per questo il mio bagaglio assomigliava sinistramente a quello di un Messner alla volta del Nepal.
Non avevo però fatto i conti con la disomogeneità di abitudini presente all’interno del gruppo, nel quale la corrente rilassata, capitanata da Nico, ha ben presto preso il sopravvento, finendo per tarpare le ali sul nascere alle proposte del volenteroso padrone di casa.
Io, da parte mia, non ci ho impiegato molto a sopire le mie velleità escursionistiche, complice il mio stomaco molto poco montanaro, che, subito la prima sera, è crollato sotto i colpi inferti da un mediocre prosecco bevuto a digiuno, lasciandomi in uno stato prossimo alla morte apparente per le successive dieci-dodici ore.
A preparare la strada per il collasso gastrico, quello stesso giorno, ci aveva pensato il pranzo presso la Trattoria Impero di S. Nazario (Vi), terrificante bettola per camionisti, dove avevo azzardato un piatto di penne con tonno e olive (prima o poi riuscirò a venire a patti con il demone che sovente si impossessa di me spingendomi ad ordinare piatti del genere nei pressi di Cismon del Grappa) di cui non mi dimenticherò tanto facilmente.
Voto, se proprio dobbiamo, una palla. Non che abbia qualcosa contro le bettole per camionisti, anzi mi affascinano oltemisura, ma se sono tutte così poi non lamentiamoci se i poveri camionisti si addormentano al volante provocando incidenti mortali, perché potrebbe capitare a chiunque di voi, dopo una puntatina in posti come la trattoria Impero.

Continua…



La chiesa di Tiser

mercoledì 31 ottobre 2007

Ristorante La Rete

Via Novara 205
Milano
Tel. 02-48203411

Chiuso il lunedi'

Preambolo
Sono almeno 6-7 anni che sento parlare di questo ristorante come di un posto mitico, dove si va per mangiare solo pesce (ecco, qui bisognerebbe aprire un’infinita parentesi sui ristoranti di pesce a Milano e limitrofi, e su chi si ostina, come noi, a volerne trovare qualcuno che sia appena piu’ che decente), e dove si viene abbattuti a colpi di portate pantagrueliche, tanto da mettere seriamente in discussione la fama degli stomaci piu’ clamorosi e insaziabili.
Il mito è stato alimentato da racconti estasiati provenienti da piu’ parti, i cui contorni erano sempre comunque abbastanza sfumati e imprecisi, forse per via della non sempre provata limpidezza delle fonti, per lo piu’ derivanti dal cognato di un collega di mio fratello, alcuni non meglio precisati conoscenti di Giuseppe (chi lo conosce sa che questo è piu’ che abbastanza per non fidarsi, sarà utile, prima o poi, dedicare un po' di spazio alle "Peppate"), il padre di Nico (per mille anni sindaco del paese, il che conferisce per lo meno un alone di solennità e autorevolezza alla cosa).
Qualche anno orsono arrivai vicino a toccare con mano la veridicità o meno di quei racconti, per la precisione la sera della laurea di Nico, quando suo padre propose di andare a festeggiare “alla Rete”, e fu solo grazie (o per colpa di) all’ostinata indifferenza dello zio sommelier (che finse di non sentire nemmeno quel nome) se la mia esperienza con il mito venne rimandata. Poi non ando’ affatto male (ma questa è un’altra storia, che merita una trattazione accurata e uno spazio tutto suo), ma in tutti noi (io, Nico e suo padre, i soli a cui importasse qualcosa, in verità) rimase un’ombra di amaro in bocca, per esserci andati cosi’ vicini.
Col tempo i racconti sono aumentati, e con essi sono inevitabilmente lievitate le aspettative, tanto che ero arrivato a costruirmi una mia immagine ideale, giocata sulle poche e confuse informazioni che avevo racimolato (e cioè: è vicino allo Stadio, c’è una rete da pesca appesa sul soffitto, ti sfiniscono con una serie interminabile di eccellenti portate di pesce che nessuno è mai riuscito a finire). Nella mia mente, “La Rete” era un ampio salone quadrato con le pareti gialle, affrescate con scorci del golfo di Napoli, camerieri gioviali vestiti da mozzi (si, lo so, il mio immaginario è piuttosto appiattito su alcuni dei piu’ beceri luoghi comuni verso i napoletani, che poi manco so se sono effettivamente napoletani…) dediti alla sfida con gli stomaci dei clienti felici e boccheggianti, con i cuochi che ogni tanto fanno capolino esibendo enormi orate che da li a poco tenteranno di farti ingurgitare contro la tua volontà.
Ero quasi arrivato ad accettare il fatto che io, alla Rete, non ci sarei mai andato, e che forse, in realtà, non esistesse nemmeno.
Invece…

Un giovedi’ sera, Nico mi chiama dicendo che Peppe vuole prenotare alla Rete per sabato. – Quale sabato? Come “questo”, intendi proprio dopodomani? – Pazzo, penso io, convinto dell’esistenza di una lista di attesa irragionevolmente lunga, si faranno una grassa risata prima di attaccargli il telefono in faccia. Niente di tutto questo: il giorno dopo vengo a sapere che è tutto confermato, e cosi’, senza quasi accorgermene, mi ritrovo a viaggiare alla volta del mito. Non nascondo che un po’ ci sono rimasto male: ma come, è tutto cosi’ facile, basta chiamare e dire “un tavolo per 8, questo sabato”, senza lottare, pregare, senza sudarsela nemmeno un pochino…
Fatto sta che ormai ci siamo, Via Novara, all’uscita dalla tangenziale giri a sinistra, e poi sempre dritto. Tutto troppo facile.
Il locale è decisamente anonimo, varie sale comunicanti dai muri bianchi, niente scorci del Vesuvio, c’è in effetti una rete da pesca appesa al soffitto, ma l’effetto è lo stesso di chi si mette in salotto una colonna ionica, i camerieri sono “normali” (non dico dei Pulcinella col mandolino che ti servono gli spaghetti con le mani, ma almeno un cappellino da marinai… che delusione…) e non particolarmente gentili.
Quando ci sediamo, sul tavolo ci sono già alcuni stuzzichini, tipo olive, bruschettine pomodoro e mozzarella, verdure sott’olio, niente di che.
Arriva un cameriere che chiede se a tutti va bene il pesce (domanda enigmatica, perché verosimilmente non contempla alternative plausibili) e basta, non dice nient’altro. In teoria, a quanto sapevamo, ci sarebbero due possibilità per il menu’: quello completo, comprendente antipasti primi e secondi, o quello parziale, in cui si puo’ rinunciare ai primi o ai secondi, ma non ci viene chiesto né illustrato niente di tutto questo, il che mi fa pensare che forse l’unico momento utile per poter parlare, era quello della domanda del cameriere, passato quello, devi tacere e mangiare.
Tacere e mangiare, già, d'altronde non si avrebbe il tempo di fare altro, visto che iniziano a portarti antipasti a ripetizione, come in catena di montaggio: salmone affumicato e melone (accostamento interessante), capesante e cozze gratinate (senza infamia né lode), alici fritte (buone), carpaccio di tonno e salmone (lasciamo perdere), salmone cotto (ovvero: la fantasia al potere…), cannolicchi (mai mangiati prima, mi hanno detto poco), gamberi (questi ottimi), insalata di mare, surimi di granchio (abbastanza inutile), ostriche cotte con salsa verde (scelta piuttosto insulsa), e qualcosa d’altro che sicuramente dimentico. Il ritmo è insostenibile, e diventa davvero difficile persino scambiare due chiacchiere. Le scodelle per i gusci sono ormai colme, le portano via e ci lasciano un po’ di tregua. Prime impressioni: nessuno si sbilancia, ma una certa insoddisfazione comincia a serpeggiare sui nostri volti, a parte House che pare in grado di ingurgitare qualsiasi cosa con un livello di soddisfazione impenetrabile, ma che pare sempre settato sul “medio” (House l’ho sempre visto cosi’: mai veramente entusiasta per qualche portata, mai davvero insoddisfatto, o meglio, magari dopo ti dice che non ha mangiato bene, ma prima si è scofanato ogni cosa gli fosse capitato nel piatto…). Tempo di riprendere fiato e arrivano una classica pepata di cozze (abbondanti ma niente di che), lumachine di mare in umido (piatto “difficile”, soprattutto per House, che ne mangia un paio col guscio), polenta e seppioline, scampi e gamberoni grigliati (uno a testa, il mio ceduto cavallerescamente). Nel frattempo finisce la prima caraffa di bianco della casa (onesto, ma nessuno si aspettava di piu’), ne chiediamo ancora e ci portano del rosso (!?): io e Nico, ostinati nel non voler vedere al di là del nostro naso, ipotizziamo che la scelta non sia casuale, ma che il rosso ben si sposa con i sapori piu’ decisi degli ultimi piatti (ben presto saremmo costretti ad ammettere che non era cosi’, e a sospettare che il vino bianco sia in realtà terminato…).
Altra pausa, e commenti che volutamente si spostano sulla quantità (esagerata) piuttosto che sulla qualità (altalenante, ma tendente verso il basso).
Arriva un tris di primi salutato (da me, per lo meno) con scarsissimo entusiasmo: mi perplimo di fronte a un risotto alla pescatora piuttosto anonimo e penne al sapore di tonno (visto che di pesce io non ne ho trovato) tutt’altro che esaltanti. Ottimi invece, per cottura e condimento, gli spaghetti alle vongole.
Il sorbetto d’ordinanza non riesce a lavar via una sensazione che assume i contorni sempre piu’ definiti della delusione. Non si riesce nemmeno a creare un’atmosfera in grado di risollevare la cose, un po’ per colpa del vino rosso e dolciastro, un po’ perché siamo rapiti nell’osservare gli occupanti della tavolata a fianco: una schiera sterminata dei peggio tamarri dell’hinterland, che potrebbero benissimo rappresentare il cast al completo del seguito di Donnie Brasco o Quei bravi ragazzi. Per cui la mia unica speranza per la serata è rappresentata dal vedere Joe Pesci far capolino dalla porta del locale, o per lo meno assistere in diretta a una rissa, la pianificazione di un rapimento, una telefonata minatoria, cose cosi'.
Arrivano i secondi: grigliata mista ben fornita con orata, triglie, sgombro, gamberoni, salmone (ancora?), pescatrice, e un assaggio di calamari fritti. Troppa roba, non ce la facciamo, sarebbe stato meglio rinunciare ai primi, se solo fosse stato possibile.
Poi dolce, caffè e limoncello. Quando ci alziamo, guardo incredulo l’orologio che mi dice che sono passate quattro ore.
Il conto: 47 euro a testa, forfait. Non è molto, per quello che abbiamo mangiato, ma il punto non è questo: il giudizio annega inevitabilmente nell’acqua delle aspettative, che era davvero troppo alta. Quantità abominevole, qualità molto poco curata, cosi’ come il servizio, secco e impersonale (camerieri trasparenti e velocissimi), ritmi insostenibili, ambiente davvero anonimo (non succede niente neanche ai vicini, nemmeno una retata - eppure il commissariato e qui di fianco, cosa ci voleva a fare un salto - e Joe Pesci non si fa vedere), vino che non riesco a definire se non come inspiegabile.
Due zampini (forse un mezzo punto in piu' ad essere generosi) perché proprio non si puo’ rimanere indifferenti davanti al “quanto” si mangia. Per il “come”, beh… mi vien da dire: uffa, lo sapevo!
A volte i miti, specie quelli di lunga data, andrebbero lasciati stare al loro posto, senza mai tentare di avvicinarli, pena sperimentare uno scarto crudele con le proprie illusioni.

Giudizio: **



venerdì 19 ottobre 2007

Trattoria Napoleone

Piazza del Carmine, 24 - Firenze
tel. 055 281015
Aperto tutti i giorni solo la sera

Ovvero: Firenze, atto secondo.
Dopo l’ottima esperienza al “Palle D’Oro” (non tragga in errore la valutazione non altissima, ma lo zampino è un voto globale, non giudica solo il cibo, in quanto questo, nella filosofia zampina è inscindibile dall’esperienza globale del pasto, che difficilmente puo’ essere indimenticabile se si è da soli, se il vino non accompagna discorsi e risate), per la mia seconda serata fiorentina avevo da scegliere tra due possibilità, entrambe consigliatemi da Michela: L’enoteca Fuori Porta, a Porta S. Niccolo’, o la Trattoria Napoleone, a San Frediano. A onor del vero, ci sarebbe stato anche un terzo consiglio, e cioè la Fiera di Scandicci, ma non me la sono sentita, nonostante la descrizione di Michela la rendesse quasi irrinunciabile: “Vacci, l’è proprio bellina, ci sono le macchine, i trattori…”
Oh Mihela! Ma come vo’ vi divertite da queste parti? (D’altronde il declino della società fiorentina post rinascimentale non è mica un mistero: Da Lorenzo il Magnifico a Cecchi Gori, la Fallaci, Pacciani, Carlo Conti, Agroppi e Piero Pelu’. Dovete proprio averlo fatto incazzare per bene il buon Dio…)
In realtà avevo già deciso, da subito, dopo aver visto l’indirizzo del “Napoleone”: Piazza del Carmine, nel cuore di Borgo San Frediano. E’ qui che vive il Commissario Bordelli, il personaggio creato da Marco Vichi e che è uno dei piu’ indimenticabili della letteratura gialla italiana, della stessa pasta di Duca Lamberti (del mai troppo lodato Scerbanenco), entrambi legati dallo sguardo lucido e umanissimo che rivolgono ai lati bui delle loro città: la Milano non ancora da bere di Lamberti e la Firenze povera di Bordelli, quella lontana da Uffizi e Ponte Vecchio, la Firenze di Borgo San Frediano.
Oggi, naturalmente, molte cose sono cambiate (i romanzi di Vichi sono ambientati negli anni 60), ma San Frediano ha conservato un aspetto dimesso e popolare, in forte contrasto con l’eleganza grandi firme dell’altra sponda dell’Arno. Nessun turista per le stradine strette, solo portoni, serrande abbassate, manifesti strappati, poche vetrine: qualche botteguccia antiquaria, uno studio di scultura, e un bellissimo negozietto di sola musica Jazz, il Twisted Jazz Shop, dove riesco incredibilmente a non comprare nulla*, e qualche laboratorio artigianale di cui è impossibile indovinare l’esatta funzione (per esempio, c’era ‘sto buco stipato di cianfrusaglie tipo secchi, viti, bottiglie, un sedile d’auto, vecchi televisori, pezzi di motore, dove un signore di mezz’età stava, credo, saldando qualche circuito elettrico, mentre un altro stava sulla porta a fumare; entrambi sembravano usciti da uno dei primissimi film di Nuti).

La Trattoria Napoleone si trova in un angolo di Piazza del Carmine, mentre dall’altro lato ci sta un bar che sembrerebbe essere molto conosciuto e ben frequentato, a giudicare dalle ragazze che mi passano a fianco per infilarvicisi (ecco una cosa di Firenze: qui le ragazze son tutte belle senza sembrare quasi tutte prive di senso come da noi). Si puo’ mangiare anche all’aperto (e si potrebbe fare, qui ad ottobre alla sera si gira in camicia), ma decido di entrare per vedere il posto ed essere “nel vivo dell’azione”. Il locale è molto curato e piuttosto ricercato nell’arredamento, un tantino fighetto ma, come scopriro’ in seguito, in senso buono, per lo meno se avete presente certi locali, qui da noi.
I clienti qui sono davvero tutti fiorentini, (solo un tavolo di turiste americane che sembrano tutte la figlia di Ozzy Osbourne, e ordinano ravioli e tagliatelle, con la Coca Cola), i camerieri giovani, simpatici e in divisa (nel senso che hanno la maglietta col nome del ristorante), e la musica è sorprendentemente ben scelta (i primi due dischi di Elvis Costello, in sequenza, notevole…).
Decido di sposare la stessa politica della sera prima, per cui: crostini di polenta fritta con fegatini e tartufo, tagliata di chianina alla catalana, e da bere un bicchiere di Morellino di Scansano.
Mentre aspetto mi portano un cestino di pane e focaccia calda, appena fatta (fanno anche la pizza), che divoro mentre sbircio la signora al tavolo di fianco, che prima, quando sono entrato, mi fissava atterrita come si fa con un infanticida, e ora scrive fitta su un notes e chiede un altro bicchiere di bianco (magari è una scrittrice, magari è la sorella della Fallaci nel bel mezzo del suo nuovo pamphlet in cui dimostra con assoluta lucidità che i varesini che cenano da soli nei ristoranti sono una razza inferiore).
Arriva l’antipasto e subito mi spaventano le porzioni, abbondantissime. I crostini sono molto buoni (specie quelli ai fegatini), e quasi mi saziano. Anche la carne è tantissima, ricoperta di verdure crude tagliate sottili, e temo che non riusciro’ a finirla; invece è cosi’ buona e saporita che sarebbe un delitto non arrivare in fondo. Qualche riserva sul Morellino, che non mi è parso niente di che, ma del resto è un vino che non conosco, e forse ho solo sbagliato ad ordinarlo (cosi’ imparo a darmi arie da gran gourmet; dopotutto c’è sempre la mia Shweppes ad attendermi in albergo…).
Gradevolissima sorpresa col caffè, che arriva (anche qui in bicchiere di vetro) accompagnato da una ciotolina di uvetta e pinoli; ottimo accostamento, in grado di addolcire il conto: 30 euro non sono proprio pochi, soprattutto considerando che non ho preso contorni e ho bevuto solo un bicchiere di vino. Giudizio: posto bello, curato, dove si mangia bene e abbondantemente, due zampini e mezzo. In una serata “giusta” puo’ guadagnare un punto o forse piu’, ma il conto lieviterebbe sensibilmente.
In definitiva, il “Palle D’Oro” mi ha forse colpito di piu’, ma non stiamo a sottilizzare: due belle serate, capaci di risollevare una trasferta altrimenti non esaltante, chiusa degnamente con un’Eurostar in ritardo, una coincidenza saltata, e un viaggio su un Milano-Dortmund pieno di campeggiatori tedeschi e la loro immonda piedanza, per finire con il brivido di accettare un passaggio da uno sconosciuto con gatto al seguito (nella gabbietta, sul treno, come il sarchiapone). Ma uno che ama i gatti e ascolta Tom Waits non puo’ essere cattivo…

Giudizio: **1/2



"Mi chiamo Bordelli e sono un commissario. Ho fatto la guerra e poi sono entrato in polizia, forse per continuare a essere in prima linea contro l’ingiustizia. Lavoro quasi sempre da solo, e non gradisco interferenze da parte dei miei superiori. Ma da quando al commissariato è arrivato il giovane Piras, è con lui che ho scelto di lavorare. E’ un poliziotto intelligente e preciso, forse un po’ troppo preciso secondo i miei gusti... Ma non ho gusti facili io. Della mia vita privata non mi piace parlare. E poi che cosa volete che vi dica? Vivo nel quartiere di San Frediano, il più povero di Firenze. La mia casa è eternamente in disordine ma non ci faccio troppo caso. Tanto vivo da solo. Nessuna donna si è fermata abbastanza nella mia vita per renderla più ordinata. La mia migliore amica è Rosa, una ex prostituta. Rosa mi accoglie a tutte le ore, mi prepara tartine e mi riempie il bicchiere di vino francese... e a volte, senza minimamente immaginarlo, mi suggerisce idee nuove per andare avanti in certe indagini che sembrano essere arrivate a un punto morto... Così è stato anche in quella torrida estate del 1963 in cui mi capitò uno di quei casi che sembravano usciti dalle pagine di un libro giallo..."


*bel negozio, ben curato, ottimo assortimento, ma minchia che prezzi! Cioè, dico, oggi i dischi non li compra piu’ nessuno (a parte me e qualche altro bruciato), e i dischi jazz ancora meno, per cui l’unica via possibile per indurre chi ancora ci crede a non scaricare solo dalla rete sembrerebbe essere quella di proporre dischi di qualità, anche nella confezione, a prezzi bassi. Da qui il brulicare di ristampe ben fatte a prezzi ottimi (molti dischi Impulse e Atlantic, la collana Blue Note a 5 euro…). Ebbene, in questo negozio non c’è niente di tutto cio’. E’ vero, trovi molte cose difficilmente reperibili normalmente, ma i prezzi sono 3-4 euro piu’ alti della media di qualsiasi posto ben fornito. Eddai!

mercoledì 17 ottobre 2007

Trattoria Palle D'Oro

Via Sant'Antonino, 43-45 r, Firenze
tel. 055 288383
Chiuso la domenica.

Quando mi hanno proposto una trasferta di lavoro a Firenze, non è che facessi esattamente i salti di gioia.
Non tanto perché mi sia completamente rincretinito (cosa che peraltro aiuta, ne converrete), quanto piuttosto per lo scenario di desolante grigiore che mi si prospettava dinanzi: partire in treno, da solo, e starmene rinchiuso in hotel fino a sera, per poi uscire, da solo, mischiarmi nella folla ottobrina di turisti americani (ma il dollaro non era in crisi?), mangiare, da solo, in un posto in cui nove volte su dieci ti rifilano roba orrida in cambio di un salasso, per poi tornarmene, da solo, ovvio, in albergo, dove potermi comodamente addormentare davanti alla replica di Parma-Milan, non senza essermi prima fatto mancare una puntatina nel frigobar della stanza (si, lo so, è una mia debolezza, ma se ci sono arachidi e acqua tonica non riesco a resistere).
Mi sono accorto infatti, e devo ancora capire il perché, di avere sviluppato negli anni un particolare fiuto per i ristoranti-fuffa, siano essi posti smaccatamente turistici in cui sono capaci di farti pagare 12 euro una pizza surgelata, oppure immonde bettole con l’unica palese funzione di copertura per giri ben più loschi. E lo so benissimo, come starete già pensando voi tutti, infallibili e scafatissimi buongustai dei miei stivali, che i posti turistici, specie nelle città d’arte, sono assolutamente da evitare e sono pure facilmente individuabili, che per mangiare bene bisogna uscire dalle vie principali e tutte queste altre cose che voi, dandovi di gomito ridacchiando compiaciuti, chiamate malizie del mestiere, ma comunque vada, in ogni caso, finisco sempre, come un rabdomante del degrado, per ficcarmi in uno di questi luoghi, latori di cosmica tristezza e vino scadente.
Per cui, ben conscio di questa mia naturale propensione allo sfacelo culinario inteso come condizione esistenziale, mi sono ricordato di avere ben due colleghi fiorentini ai quali poter chiedere lumi, con la serena consapevolezza di poter addossargli la colpa di ogni eventuale delusione, ed avere così un altro motivo per avercela con loro (il primo e più importante motivo è naturalmente la loro fede calcistica, mi pare superfluo puntualizzarlo).

Eccomi dunque sulle tracce della trattoria “Palle D’Oro”, consigliatami caldamente dall’ineffabile Roberto, che l’ha eletta a meta di ogni trasferta fiorentina del “Viola club Locarno” (cosa possa essere questa cosa qui, mezza viola e mezza ticinese, non oso nemmeno immaginarlo). Il nome, devo dire, mi dispone subito bene e la ricerca si rivela molto semplice: vicinissimo alla stazione, a due passi dalla piazza del mercato, il locale (che scopro essere "storico", in quanto attivo fin dal 1860) risulta poco visibile dall’esterno, con la sua aria da paninoteca-salumeria (cosa che di fatto è di giorno). Vinta l’iniziale diffidenza, e respinto a fatica l’indiscutibile fascino del bistrot “Beirut” che mi chiama dall’altro lato della strada, entro e capisco subito che le cose andranno bene: tra i clienti molti sono fiorentini, il personale è giovane, simpatico e gentilissimo, roba da non credere (ma questa è una deformazione dovuta all’assuefazione alla calda ospitalità dei ristoratori varesini, che sbuffano quando entri dalla porta e ti fanno pagare 3 euro ogni abbozzo di sorriso, 5 per ogni risposta distinguibile dal grugnito), le salette accoglienti e curate (ad occhio, una quarantina di coperti), la cucina è a vista (anche qui giovanissimi) e enormi pezzi di carne sugosa mi fanno venire voglia di spolpare un vegetariano vivo.
Il menù è allettante e vario (credo ci fosse anche del pesce, ma il mio cervello visualizzava continuamente quel pezzo di carne grondante sangue) e qui mi si pone il primo quesito morale, una scelta di campo fondamentale, codice etico al quale decidere di affidarsi per non morire. Mi si prospettano due possibilità: decidere di non gravare sull’azienda che mi stipendia, pagare di tasca mia e dare quindi sfogo alla mia voracità senza ritegno e senso di colpa alcuno, oppure, come dicono a Londra, fottermene bellamente e ingozzarmi a sbafo presentando rimborsi spese esorbitanti? Scartata senza troppi patemi la prima ipotesi (va bene grulli, ma fino a un certo punto), e accantonata pure la seconda (che un po’ di dignità, o una parvenza di essa, ancora la conservo), finisco per optare per un saggia e salomonica via di mezzo: paga la ditta, ma io mi trattengo; per cui antipasto: si, primo: no, secondo: si (carne e sangue, carne e sangue, carne e sangue…), contorno: vedremo, dessert: no, vino: si, ma non in bottiglia.
Quindi comincio con antipasto della casa (piccante, specificato in maniera sinistra sul menù): salsiccia, pomodori secchi, crostino d’ordinanza con salsina piccante, peperoni ripieni (l’unica cosa davvero forte, a giudicare dallo sguardo atterrito dell’americana di mezza età al tavolo di fianco, rivolto verso le mie orecchie scarlatte e, si direbbe, fumanti) e degli eccellenti capperi freschi (ecco una cosa da riscoprire: i capperi freschi; centomila volte meglio di quelli sotto sale).
Per il piatto forte mi affido ai “consigli dello chef”, e quindi: filetto all’aceto balsamico e, di contorno, un invitantissimo fritto misto di verdure.
Il filetto (mi avevano avvertito di non chiedere mai cotture diverse da quella “al sangue”, pena l’esposizione al pubblico ludibrio, e del resto a me va benissimo così) è alto due dita ed è un burro: fantastico per come sembra sciogliersi in bocca. Eccellente il fritto misto, piatto semplicissimo nel concetto quanto difficile e insidioso nella riuscita: porzione abbondantissima di carote, zucchine, melanzane e broccoli in una pastella spessa, croccante e asciuttissima. La (o il ?) tempura giapponese gli fa una sacrosanta pippa.
Sul vino, ero stato tentato dalle mezze bottiglie (da 375 cl), ma poi ho optato per un quarto di rosso della casa, davvero ottimo.
Per finire un buon caffè (in bicchierino di vetro, che non vuol dire niente ma quanto mi piace…).
Il conto: 26 euro. Non poco in senso assoluto, ma nemmeno molto, per quello che ho mangiato, e per la sensazione di sazietà e totale soddisfazione, acuita da un ambiente caldo e vivace (nonostante mangiare da solo, la sera, al ristorante, sia una delle esperienze potenzialmente più avvilenti per l’animo umano), dal servizio veloce ed efficiente e dalla consapevolezza di avere sfruttato solo in minima parte le potenzialità del luogo.
In definitiva, tre zampini comodi, anche se l’entusiasmo iniziale mi aveva fatto propendere per un giudizio più largo. Obbligatorio un secondo parere, più condiviso e meno solipsistico.
Comunque grazie infinite a Roberto, molto piu' attendibile sul cibo che non sul calcio... (non è vero, purtroppo, e mi costa un fastidio quasi fisico, devo ammettere che questa Fiorentina è un'ottima squadra, e nel giro di un paio d'anni puo' diventare fortissima. Montolivo re del mondo)

Giudizio: ***