Primo appuntamento con le recensioni multiple dedicate a quelle pizzerie che a mio parere non meritano uno spazio tutto per loro. Attenzione, qui si giudica solo “la pizzeria”. Se poi in quel posto sanno fare il miglior stufato d’asino del pianeta, questo, in questa sede, non ci interessa.
Scrivo del ristorante pizzeria La Zingarella, di Lavena Ponte Tresa (VA), a caldo, il giorno dopo aver atteso un’ora e mezza per mangiare una pizza e bere un’annacquatissima birra chiara.
Solo questa mattina, al risveglio, ho realizzato l’infima qualità della cena, dopo che ieri sera, accecato dalla fame, avrei divorato anche buona parte dei commensali (non tutti perché anche il mio stomaco, seppur pochissima, ha una sua dignità…). La pizza aveva la curiosa caratteristica di presentare contemporaneamente il fondo bruciato e il bordo crudo (oltre che il prosciutto tagliato alto un dito, nervoso e scricchiolante). Non dev’essere semplice, complimenti allo chef.
Non era la prima volta che ci andavo, e l’impressione non proprio positiva delle scorse esperienze è stata confermata col botto ieri sera: posto piuttosto caotico, servizio perfettibile (in realtà, a parte un cameriere esperto e professionale, fa piuttosto schifo, ma mi piaceva la parola “perfettibile”), pizza senza sussulti (ieri sera era cattiva, ma di solito è meglio). Nota positiva, sicuramente, il prezzo. In realtà la specialità del posto sarebbe la carne alla brace, ma quella non l’ho mai provata, e poi oggi il giudizio è sulla pizzeria, per cui, per me, sarebbe una palla, ma preferisco lasciare in sospeso il giudizio e riservarmi di esprimermi in via definitiva dopo un consulto col il Gran Consiglio Zampino.
Di quel passato, oggi rimane solo l’antico, impolverato blasone, e un tentativo abbozzato e invero un tantino patetico di affrancarsi da un destino che, oggi, pare inevitabilmente segnato.
Le cause del tracollo possono essere molte, alcune semplicemente fisiologiche, come i normali flussi e riflussi che ciclicamente sono in grado di indirizzare le fortune di un’attività (e della civiltà tutta) senza motivo apparente (altro caso emblematico lo storico Caffè Veratti di Varese, dove però sarà il caso di soffermarsi più a lungo, non fosse altro perché in quel luogo – e Dio solo sa quanto vorrei sbagliarmi – sta per consumarsi una delle più eclatanti tragedie nella storia del genere umano), altri più squisitamente sociologici, che ad una prima analisi raccontano di una tendenza, negli ultimi due-tre anni, ad un mutamento delle abitudini che prevedono la migrazione verso il centro di Varese, complice quello strano fenomeno chiamato “aperitivo”, a scapito delle periferie, per quanto queste parole – centro e periferie – riferite al contesto Varesino siano piuttosto risibili.
C’è però, e la cosa è apparsa lapalissiana allorché si è trattato di passare alla prova dei fatti, anche un motivo molto più semplice, e tutt’altro che secondario: la qualità.
Già, infatti, senza andare troppo per le lunghe, la pizza qui, un tempo ottima, oggi è francamente immangiabile. Punto.
Si potrebbe finirla qui, e cassare inesorabilmente il posto con due palle facili facili.
Ma noi, oltre allo Zampino, abbiamo anche il cuore d’oro, e non possiamo proprio rimanere insensibili di fronte all’estrema gentilezza e disponibilità del proprietario (la cui somiglianza con Antonio Catania è impressionante e meriterebbe da sola una visita) e delle cameriere (d’altronde, essendo il locale vuoto a parte la nostra tavolata, avevano del tempo da dedicarci), una delle quali, mi è stato riferito, sembrava mostrare attenzioni particolari per il sottoscritto.
Pro Vercelli - 1921
