lunedì 31 marzo 2008

Pizzerie - prima puntata: la zingara e la nobile decaduta


Primo appuntamento con le recensioni multiple dedicate a quelle pizzerie che a mio parere non meritano uno spazio tutto per loro. Attenzione, qui si giudica solo “la pizzeria”. Se poi in quel posto sanno fare il miglior stufato d’asino del pianeta, questo, in questa sede, non ci interessa.

Scrivo del ristorante pizzeria La Zingarella, di Lavena Ponte Tresa (VA), a caldo, il giorno dopo aver atteso un’ora e mezza per mangiare una pizza e bere un’annacquatissima birra chiara.
Solo questa mattina, al risveglio, ho realizzato l’infima qualità della cena, dopo che ieri sera, accecato dalla fame, avrei divorato anche buona parte dei commensali (non tutti perché anche il mio stomaco, seppur pochissima, ha una sua dignità…). La pizza aveva la curiosa caratteristica di presentare contemporaneamente il fondo bruciato e il bordo crudo (oltre che il prosciutto tagliato alto un dito, nervoso e scricchiolante). Non dev’essere semplice, complimenti allo chef.
Non era la prima volta che ci andavo, e l’impressione non proprio positiva delle scorse esperienze è stata confermata col botto ieri sera: posto piuttosto caotico, servizio perfettibile (in realtà, a parte un cameriere esperto e professionale, fa piuttosto schifo, ma mi piaceva la parola “perfettibile”), pizza senza sussulti (ieri sera era cattiva, ma di solito è meglio). Nota positiva, sicuramente, il prezzo. In realtà la specialità del posto sarebbe la carne alla brace, ma quella non l’ho mai provata, e poi oggi il giudizio è sulla pizzeria, per cui, per me, sarebbe una palla, ma preferisco lasciare in sospeso il giudizio e riservarmi di esprimermi in via definitiva dopo un consulto col il Gran Consiglio Zampino.

La pizzeria Le Arcate di Induno Olona puo’ considerarsi, a tutti gli effetti, una “nobile decaduta”, una sorta di Pro Vercelli delle pizzerie, con un passato glorioso, con tanto di serie A e scudetti cuciti sul petto.
Di quel passato, oggi rimane solo l’antico, impolverato blasone, e un tentativo abbozzato e invero un tantino patetico di affrancarsi da un destino che, oggi, pare inevitabilmente segnato.
Le cause del tracollo possono essere molte, alcune semplicemente fisiologiche, come i normali flussi e riflussi che ciclicamente sono in grado di indirizzare le fortune di un’attività (e della civiltà tutta) senza motivo apparente (altro caso emblematico lo storico Caffè Veratti di Varese, dove però sarà il caso di soffermarsi più a lungo, non fosse altro perché in quel luogo – e Dio solo sa quanto vorrei sbagliarmi – sta per consumarsi una delle più eclatanti tragedie nella storia del genere umano), altri più squisitamente sociologici, che ad una prima analisi raccontano di una tendenza, negli ultimi due-tre anni, ad un mutamento delle abitudini che prevedono la migrazione verso il centro di Varese, complice quello strano fenomeno chiamato “aperitivo”, a scapito delle periferie, per quanto queste parole – centro e periferie – riferite al contesto Varesino siano piuttosto risibili.
C’è però, e la cosa è apparsa lapalissiana allorché si è trattato di passare alla prova dei fatti, anche un motivo molto più semplice, e tutt’altro che secondario: la qualità.
Già, infatti, senza andare troppo per le lunghe, la pizza qui, un tempo ottima, oggi è francamente immangiabile. Punto.
Si potrebbe finirla qui, e cassare inesorabilmente il posto con due palle facili facili.
Ma noi, oltre allo Zampino, abbiamo anche il cuore d’oro, e non possiamo proprio rimanere insensibili di fronte all’estrema gentilezza e disponibilità del proprietario (la cui somiglianza con Antonio Catania è impressionante e meriterebbe da sola una visita) e delle cameriere (d’altronde, essendo il locale vuoto a parte la nostra tavolata, avevano del tempo da dedicarci), una delle quali, mi è stato riferito, sembrava mostrare attenzioni particolari per il sottoscritto.
Io non mi sono accorto di nulla, e il fatto che abbia scritto il suo numero di cellulare con il caramello sulla panna cotta non significa un bel niente… (tra l’altro può rivelarsi piuttosto utile, ora che c’è da organizzare il mio addio al celibato…).
Voto: mi si stringe il cuore, ma una palla.

Pro Vercelli - 1921

Dolomiti '07 - parte prima: collassi "imperiali"

Quella che segue è la prima puntata della cronaca di una vacanza culminata con una serata magica, il racconto di un’esperienza difficilmente dimenticabile nella sostanza, ma che richiede di essere scritta per immortalarne i dettagli, prima che questi vengano distorti dal ricordo assumendo sembianze mitiche, o semplicemente scivolino fuori dalle maglie della memoria.
Mi decido solo ora a raccontarla, con ritardo colpevole e ingiustificato, dopo aver più volte rimandato in attesa di essere raggiunto da parole più adatte di quelle che riuscivo a trovare, e che, a malincuore, mi appresto ad usare.


Quando, la scorsa estate, mi è stata prospettata la possibilità di trascorrere qualche giorno sulle dolomiti bellunesi, ho accettato di buon grado, vista la buona compagnia e l’umana necessità di concedermi un po’ di riposo, staccando la spina nel mezzo di un periodo lavorativamente piuttosto intenso.
La meta è Tiser, frazione di Gosaldo, paesino vicino ad Agordo, non lontano da Alleghe e Cortina, luogo di origine dei genitori di House, che ci offre gentile ospitalità nella casa paterna.
Il posto è affascinante, soprattutto per via di una leggenda popolare che trovate qui (Eh, si, ci si documenta, non siamo mica qui a pettinare le bambole, noi...), e per la relativa vicinanza con i luoghi della tragedia del Vajont, a cui ci riproponiamo di fare una visita.
Mi ero preparato ad epiche escursioni per impervi sentieri, deciso ad accettare una sofferenza fisica alla quale non sono più molto aduso, sicuro di venire ripagato da scenari indimenticabili, paesaggi mozzafiato, e quel “cameratismo della fatica” che rende speciale il sapore di ogni escursione montana; Per questo il mio bagaglio assomigliava sinistramente a quello di un Messner alla volta del Nepal.
Non avevo però fatto i conti con la disomogeneità di abitudini presente all’interno del gruppo, nel quale la corrente rilassata, capitanata da Nico, ha ben presto preso il sopravvento, finendo per tarpare le ali sul nascere alle proposte del volenteroso padrone di casa.
Io, da parte mia, non ci ho impiegato molto a sopire le mie velleità escursionistiche, complice il mio stomaco molto poco montanaro, che, subito la prima sera, è crollato sotto i colpi inferti da un mediocre prosecco bevuto a digiuno, lasciandomi in uno stato prossimo alla morte apparente per le successive dieci-dodici ore.
A preparare la strada per il collasso gastrico, quello stesso giorno, ci aveva pensato il pranzo presso la Trattoria Impero di S. Nazario (Vi), terrificante bettola per camionisti, dove avevo azzardato un piatto di penne con tonno e olive (prima o poi riuscirò a venire a patti con il demone che sovente si impossessa di me spingendomi ad ordinare piatti del genere nei pressi di Cismon del Grappa) di cui non mi dimenticherò tanto facilmente.
Voto, se proprio dobbiamo, una palla. Non che abbia qualcosa contro le bettole per camionisti, anzi mi affascinano oltemisura, ma se sono tutte così poi non lamentiamoci se i poveri camionisti si addormentano al volante provocando incidenti mortali, perché potrebbe capitare a chiunque di voi, dopo una puntatina in posti come la trattoria Impero.

Continua…



La chiesa di Tiser