martedì 1 aprile 2008

Dolomiti '07 - parte seconda: no bombardino, no party

Una volta aver ripreso conoscenza, non ho dovuto fare molta fatica per adattarmi ai severissimi ritmi imposti alle giornate: sveglia all’alba, verso le 9 – 9:30, colazione frugale consistente in sei-sette etti di pane e nutella e partenza, in auto, verso le 11, alla volta di una meta mai troppo definita. Evidentemente, mi sono detto, le velleità organizzative di House sono state scardinate senza troppe resistenze.
Lo stesso House, del resto, sembrava combattuto tra due poli di attrazione fortissimi e opposti: da un lato, l’ingerenza familiare, sorta di imprinting “gosaldiano”, ben radicata ed evidente nel fratello Italo, che richiederebbe per lo meno trenta-quaranta chilometri in ferrata al giorno, cibandosi di bacche, muschio e piccoli roditori il cui pellame deve essere esibito come trofeo appeso al berretto (del resto, come ben noto, i gosaldiani sono del tutto privi di capelli), e dall’altro un approccio decisamente più “pantofola-oriented” di stampo mediterraneo. Ecco quindi che l’intero gruppo (oltre ad House, Nico ed io, ci sono Eleonora, Erica, Fabio, Massi e Armando) si trova concorde nell’accettare senza troppa resistenza la formula “eat & drive (& eat again)”, che prevede minimi spostamenti a piedi (giusto il percorso necessario per trascinarsi dall’auto al tavolo del ristorante e ritorno) e massima soddisfazione mangereccia.
Per cui quella che dovrebbe essere una breve sosta al rifugio del Passo Giau “per un panino veloce” si tramuta in un’apoteosi, cominciata timidamente con un ottimo sandwich allo speck e birra trappista (Chimay tappo blu, quanto mi piace) e terminata con una freschissima torta di mele e un eccezionale bombardino caldo (a chi si stesse domandando come è possibile farsi un bombardino ad agosto, rispondo facendo notare che c’erano tipo due o tre gradi e nuvole così basse che rendevano il panorama simile a quello della bassa Padana). Voto: due zampini comodi (**). Il tutto, lo ricordo, a due ore scarse dalla colazione.
Si riparte quindi, completamente ubriachi, verso la nostra meta pomeridiana, Cortina, dove ci appresteremo a compiere la camminata più lunga dell’intera vacanza, nello struscio postprandiale del centralissimo Corso Italia.
Qui abbiamo avuto modo di osservare una fauna dalla ricchissima varietà: tra gli uomini, il "tipo Briatore" è ancora il più gettonato (mai visto in vita mia una più alta concentrazione di pantaloni colorati, rosa, arancioni, rossi, verde mela, giallo canarino, roba da mandare in fibrillazione ventricolare anche i più clamorosi fighetti varesini), mentre per le donne, chiedere a Massi – il filosofo del gruppo, intento ad elaborare, proprio in quei giorni, la teoria poi passata alla storia come “modello dei passaggi a livello” – il cui “rilevatore di topa” (un modello non troppo sofisticato, se vogliamo, ma solido e affidabile, costruzione tedesca) è arrivato presto a fondo scala.
Ci lasciamo Cortina alle spalle, non prima di aver progettato con Nico l’apertura di una sezione locale del Partito Comunista Combattente, solo per “vedere di nascosto l’effetto che fa”.
Per la cena ci siamo recati ad Agordo, in un posto di cui purtroppo (mi perdonerete, lo so) non ricordo il nome, su consiglio dell’ineffabile Damiano, vicino di casa di House, che in cambio di un paio di bicchieri di vino e una grappa (credo che non fosse la prima della serata, e forse nemmeno la seconda...) accetta di condurci al ristorante, che sarebbe stato altrimenti irraggiungibile, ben nascosto dalla fitta vegetazione.
Il locale è piuttosto caratteristico ed accogliente, malgrado l’entusiasmo del proprietario e, soprattutto, di sua moglie non sia proprio alle stelle (lo si intuisce dallo sguardo carico d’odio con cui accompagna le portate al tavolo). Evidentemente, da queste parti, le nove di sera sono un orario considerato sconveniente per uscire a cena. Comunque mangiamo piuttosto bene e abbondantemente. Optiamo un po’ tutti per una cena leggera, a base di cinghiale, polenta e formaggio. Io in particolare prendo pappardelle al ragù di cinghiale e, per secondo, cinghiale e polenta. Innaffiamo il tutto con un onesto rosso della casa e concludiamo con una buona torta casalinga, caffè e grappa. Il proprietario passa la serata guardando un film, con ogni probabilità un cult del cinema veneto undergound degli anni ’70, in cui, se non ho visto male, Lino Toffolo è impegnato ad accoppiarsi con una vacca (intesa proprio come quadrupede bovino con le corna, a scanso di equivoci).
Ricapitolando: cena soddisfacente, prezzo che non ricordo ma che mi era parso tutto sommato basso, e servizio cordiale ma freddissimo e distaccato (House direbbe che è la “tempra” della gente del luogo, dura all’apparenza ma morbida in profondità, io la definirei più che altro una malcelata “madornale rottura di coglioni”). Giudizio: uno zampino e mezzo (* ½).
Mi scuso per la totale penuria di informazioni, che non mi permette di ricordare nomi e pietanze (c’era un piatto con un formaggio fritto, mi pare, ma proprio non mi viene in mente), ma non so se questo sia dovuto al ristorante non proprio memorabile o alla combinazione birra-bombardino-vino-grappa che aveva obnubilato le mie capacità cognitive…

Continua…



Passo del Giau

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ciao, sapevi che il Bombardono è anche un orologino molto carino?? Io ne ho uno è va una bomba..Me l'ha regalato la Silvina al ritorno dalle vacanze estive!! Ciao compagnia delle nevi! Lallapikk