Milano
Tel. 02-48203411
Chiuso il lunedi'
Preambolo
Sono almeno 6-7 anni che sento parlare di questo ristorante come di un posto mitico, dove si va per mangiare solo pesce (ecco, qui bisognerebbe aprire un’infinita parentesi sui ristoranti di pesce a Milano e limitrofi, e su chi si ostina, come noi, a volerne trovare qualcuno che sia appena piu’ che decente), e dove si viene abbattuti a colpi di portate pantagrueliche, tanto da mettere seriamente in discussione la fama degli stomaci piu’ clamorosi e insaziabili.
Il mito è stato alimentato da racconti estasiati provenienti da piu’ parti, i cui contorni erano sempre comunque abbastanza sfumati e imprecisi, forse per via della non sempre provata limpidezza delle fonti, per lo piu’ derivanti dal cognato di un collega di mio fratello, alcuni non meglio precisati conoscenti di Giuseppe (chi lo conosce sa che questo è piu’ che abbastanza per non fidarsi, sarà utile, prima o poi, dedicare un po' di spazio alle "Peppate"), il padre di Nico (per mille anni sindaco del paese, il che conferisce per lo meno un alone di solennità e autorevolezza alla cosa).
Qualche anno orsono arrivai vicino a toccare con mano la veridicità o meno di quei racconti, per la precisione la sera della laurea di Nico, quando suo padre propose di andare a festeggiare “alla Rete”, e fu solo grazie (o per colpa di) all’ostinata indifferenza dello zio sommelier (che finse di non sentire nemmeno quel nome) se la mia esperienza con il mito venne rimandata. Poi non ando’ affatto male (ma questa è un’altra storia, che merita una trattazione accurata e uno spazio tutto suo), ma in tutti noi (io, Nico e suo padre, i soli a cui importasse qualcosa, in verità) rimase un’ombra di amaro in bocca, per esserci andati cosi’ vicini.
Col tempo i racconti sono aumentati, e con essi sono inevitabilmente lievitate le aspettative, tanto che ero arrivato a costruirmi una mia immagine ideale, giocata sulle poche e confuse informazioni che avevo racimolato (e cioè: è vicino allo Stadio, c’è una rete da pesca appesa sul soffitto, ti sfiniscono con una serie interminabile di eccellenti portate di pesce che nessuno è mai riuscito a finire). Nella mia mente, “La Rete” era un ampio salone quadrato con le pareti gialle, affrescate con scorci del golfo di Napoli, camerieri gioviali vestiti da mozzi (si, lo so, il mio immaginario è piuttosto appiattito su alcuni dei piu’ beceri luoghi comuni verso i napoletani, che poi manco so se sono effettivamente napoletani…) dediti alla sfida con gli stomaci dei clienti felici e boccheggianti, con i cuochi che ogni tanto fanno capolino esibendo enormi orate che da li a poco tenteranno di farti ingurgitare contro la tua volontà.
Ero quasi arrivato ad accettare il fatto che io, alla Rete, non ci sarei mai andato, e che forse, in realtà, non esistesse nemmeno.
Invece…
Un giovedi’ sera, Nico mi chiama dicendo che Peppe vuole prenotare alla Rete per sabato. – Quale sabato? Come “questo”, intendi proprio dopodomani? – Pazzo, penso io, convinto dell’esistenza di una lista di attesa irragionevolmente lunga, si faranno una grassa risata prima di attaccargli il telefono in faccia. Niente di tutto questo: il giorno dopo vengo a sapere che è tutto confermato, e cosi’, senza quasi accorgermene, mi ritrovo a viaggiare alla volta del mito. Non nascondo che un po’ ci sono rimasto male: ma come, è tutto cosi’ facile, basta chiamare e dire “un tavolo per 8, questo sabato”, senza lottare, pregare, senza sudarsela nemmeno un pochino…
Fatto sta che ormai ci siamo, Via Novara, all’uscita dalla tangenziale giri a sinistra, e poi sempre dritto. Tutto troppo facile.
Il locale è decisamente anonimo, varie sale comunicanti dai muri bianchi, niente scorci del Vesuvio, c’è in effetti una rete da pesca appesa al soffitto, ma l’effetto è lo stesso di chi si mette in salotto una colonna ionica, i camerieri sono “normali” (non dico dei Pulcinella col mandolino che ti servono gli spaghetti con le mani, ma almeno un cappellino da marinai… che delusione…) e non particolarmente gentili.
Quando ci sediamo, sul tavolo ci sono già alcuni stuzzichini, tipo olive, bruschettine pomodoro e mozzarella, verdure sott’olio, niente di che.
Arriva un cameriere che chiede se a tutti va bene il pesce (domanda enigmatica, perché verosimilmente non contempla alternative plausibili) e basta, non dice nient’altro. In teoria, a quanto sapevamo, ci sarebbero due possibilità per il menu’: quello completo, comprendente antipasti primi e secondi, o quello parziale, in cui si puo’ rinunciare ai primi o ai secondi, ma non ci viene chiesto né illustrato niente di tutto questo, il che mi fa pensare che forse l’unico momento utile per poter parlare, era quello della domanda del cameriere, passato quello, devi tacere e mangiare.
Tacere e mangiare, già, d'altronde non si avrebbe il tempo di fare altro, visto che iniziano a portarti antipasti a ripetizione, come in catena di montaggio: salmone affumicato e melone (accostamento interessante), capesante e cozze gratinate (senza infamia né lode), alici fritte (buone), carpaccio di tonno e salmone (lasciamo perdere), salmone cotto (ovvero: la fantasia al potere…), cannolicchi (mai mangiati prima, mi hanno detto poco), gamberi (questi ottimi), insalata di mare, surimi di granchio (abbastanza inutile), ostriche cotte con salsa verde (scelta piuttosto insulsa), e qualcosa d’altro che sicuramente dimentico. Il ritmo è insostenibile, e diventa davvero difficile persino scambiare due chiacchiere. Le scodelle per i gusci sono ormai colme, le portano via e ci lasciano un po’ di tregua. Prime impressioni: nessuno si sbilancia, ma una certa insoddisfazione comincia a serpeggiare sui nostri volti, a parte House che pare in grado di ingurgitare qualsiasi cosa con un livello di soddisfazione impenetrabile, ma che pare sempre settato sul “medio” (House l’ho sempre visto cosi’: mai veramente entusiasta per qualche portata, mai davvero insoddisfatto, o meglio, magari dopo ti dice che non ha mangiato bene, ma prima si è scofanato ogni cosa gli fosse capitato nel piatto…). Tempo di riprendere fiato e arrivano una classica pepata di cozze (abbondanti ma niente di che), lumachine di mare in umido (piatto “difficile”, soprattutto per House, che ne mangia un paio col guscio), polenta e seppioline, scampi e gamberoni grigliati (uno a testa, il mio ceduto cavallerescamente). Nel frattempo finisce la prima caraffa di bianco della casa (onesto, ma nessuno si aspettava di piu’), ne chiediamo ancora e ci portano del rosso (!?): io e Nico, ostinati nel non voler vedere al di là del nostro naso, ipotizziamo che la scelta non sia casuale, ma che il rosso ben si sposa con i sapori piu’ decisi degli ultimi piatti (ben presto saremmo costretti ad ammettere che non era cosi’, e a sospettare che il vino bianco sia in realtà terminato…).
Altra pausa, e commenti che volutamente si spostano sulla quantità (esagerata) piuttosto che sulla qualità (altalenante, ma tendente verso il basso).
Arriva un tris di primi salutato (da me, per lo meno) con scarsissimo entusiasmo: mi perplimo di fronte a un risotto alla pescatora piuttosto anonimo e penne al sapore di tonno (visto che di pesce io non ne ho trovato) tutt’altro che esaltanti. Ottimi invece, per cottura e condimento, gli spaghetti alle vongole.
Il sorbetto d’ordinanza non riesce a lavar via una sensazione che assume i contorni sempre piu’ definiti della delusione. Non si riesce nemmeno a creare un’atmosfera in grado di risollevare la cose, un po’ per colpa del vino rosso e dolciastro, un po’ perché siamo rapiti nell’osservare gli occupanti della tavolata a fianco: una schiera sterminata dei peggio tamarri dell’hinterland, che potrebbero benissimo rappresentare il cast al completo del seguito di Donnie Brasco o Quei bravi ragazzi. Per cui la mia unica speranza per la serata è rappresentata dal vedere Joe Pesci far capolino dalla porta del locale, o per lo meno assistere in diretta a una rissa, la pianificazione di un rapimento, una telefonata minatoria, cose cosi'.
Arrivano i secondi: grigliata mista ben fornita con orata, triglie, sgombro, gamberoni, salmone (ancora?), pescatrice, e un assaggio di calamari fritti. Troppa roba, non ce la facciamo, sarebbe stato meglio rinunciare ai primi, se solo fosse stato possibile.
Poi dolce, caffè e limoncello. Quando ci alziamo, guardo incredulo l’orologio che mi dice che sono passate quattro ore.
Il conto: 47 euro a testa, forfait. Non è molto, per quello che abbiamo mangiato, ma il punto non è questo: il giudizio annega inevitabilmente nell’acqua delle aspettative, che era davvero troppo alta. Quantità abominevole, qualità molto poco curata, cosi’ come il servizio, secco e impersonale (camerieri trasparenti e velocissimi), ritmi insostenibili, ambiente davvero anonimo (non succede niente neanche ai vicini, nemmeno una retata - eppure il commissariato e qui di fianco, cosa ci voleva a fare un salto - e Joe Pesci non si fa vedere), vino che non riesco a definire se non come inspiegabile.
Due zampini (forse un mezzo punto in piu' ad essere generosi) perché proprio non si puo’ rimanere indifferenti davanti al “quanto” si mangia. Per il “come”, beh… mi vien da dire: uffa, lo sapevo!
A volte i miti, specie quelli di lunga data, andrebbero lasciati stare al loro posto, senza mai tentare di avvicinarli, pena sperimentare uno scarto crudele con le proprie illusioni.
Giudizio: **

