tel. 055 288383
Chiuso la domenica.
Quando mi hanno proposto una trasferta di lavoro a Firenze, non è che facessi esattamente i salti di gioia.
Non tanto perché mi sia completamente rincretinito (cosa che peraltro aiuta, ne converrete), quanto piuttosto per lo scenario di desolante grigiore che mi si prospettava dinanzi: partire in treno, da solo, e starmene rinchiuso in hotel fino a sera, per poi uscire, da solo, mischiarmi nella folla ottobrina di turisti americani (ma il dollaro non era in crisi?), mangiare, da solo, in un posto in cui nove volte su dieci ti rifilano roba orrida in cambio di un salasso, per poi tornarmene, da solo, ovvio, in albergo, dove potermi comodamente addormentare davanti alla replica di Parma-Milan, non senza essermi prima fatto mancare una puntatina nel frigobar della stanza (si, lo so, è una mia debolezza, ma se ci sono arachidi e acqua tonica non riesco a resistere).
Mi sono accorto infatti, e devo ancora capire il perché, di avere sviluppato negli anni un particolare fiuto per i ristoranti-fuffa, siano essi posti smaccatamente turistici in cui sono capaci di farti pagare 12 euro una pizza surgelata, oppure immonde bettole con l’unica palese funzione di copertura per giri ben più loschi. E lo so benissimo, come starete già pensando voi tutti, infallibili e scafatissimi buongustai dei miei stivali, che i posti turistici, specie nelle città d’arte, sono assolutamente da evitare e sono pure facilmente individuabili, che per mangiare bene bisogna uscire dalle vie principali e tutte queste altre cose che voi, dandovi di gomito ridacchiando compiaciuti, chiamate malizie del mestiere, ma comunque vada, in ogni caso, finisco sempre, come un rabdomante del degrado, per ficcarmi in uno di questi luoghi, latori di cosmica tristezza e vino scadente.
Per cui, ben conscio di questa mia naturale propensione allo sfacelo culinario inteso come condizione esistenziale, mi sono ricordato di avere ben due colleghi fiorentini ai quali poter chiedere lumi, con la serena consapevolezza di poter addossargli la colpa di ogni eventuale delusione, ed avere così un altro motivo per avercela con loro (il primo e più importante motivo è naturalmente la loro fede calcistica, mi pare superfluo puntualizzarlo).
Eccomi dunque sulle tracce della trattoria “Palle D’Oro”, consigliatami caldamente dall’ineffabile Roberto, che l’ha eletta a meta di ogni trasferta fiorentina del “Viola club Locarno” (cosa possa essere questa cosa qui, mezza viola e mezza ticinese, non oso nemmeno immaginarlo). Il nome, devo dire, mi dispone subito bene e la ricerca si rivela molto semplice: vicinissimo alla stazione, a due passi dalla piazza del mercato, il locale (che scopro essere "storico", in quanto attivo fin dal 1860) risulta poco visibile dall’esterno, con la sua aria da paninoteca-salumeria (cosa che di fatto è di giorno). Vinta l’iniziale diffidenza, e respinto a fatica l’indiscutibile fascino del bistrot “Beirut” che mi chiama dall’altro lato della strada, entro e capisco subito che le cose andranno bene: tra i clienti molti sono fiorentini, il personale è giovane, simpatico e gentilissimo, roba da non credere (ma questa è una deformazione dovuta all’assuefazione alla calda ospitalità dei ristoratori varesini, che sbuffano quando entri dalla porta e ti fanno pagare 3 euro ogni abbozzo di sorriso, 5 per ogni risposta distinguibile dal grugnito), le salette accoglienti e curate (ad occhio, una quarantina di coperti), la cucina è a vista (anche qui giovanissimi) e enormi pezzi di carne sugosa mi fanno venire voglia di spolpare un vegetariano vivo.
Il menù è allettante e vario (credo ci fosse anche del pesce, ma il mio cervello visualizzava continuamente quel pezzo di carne grondante sangue) e qui mi si pone il primo quesito morale, una scelta di campo fondamentale, codice etico al quale decidere di affidarsi per non morire. Mi si prospettano due possibilità: decidere di non gravare sull’azienda che mi stipendia, pagare di tasca mia e dare quindi sfogo alla mia voracità senza ritegno e senso di colpa alcuno, oppure, come dicono a Londra, fottermene bellamente e ingozzarmi a sbafo presentando rimborsi spese esorbitanti? Scartata senza troppi patemi la prima ipotesi (va bene grulli, ma fino a un certo punto), e accantonata pure la seconda (che un po’ di dignità, o una parvenza di essa, ancora la conservo), finisco per optare per un saggia e salomonica via di mezzo: paga la ditta, ma io mi trattengo; per cui antipasto: si, primo: no, secondo: si (carne e sangue, carne e sangue, carne e sangue…), contorno: vedremo, dessert: no, vino: si, ma non in bottiglia.
Quindi comincio con antipasto della casa (piccante, specificato in maniera sinistra sul menù): salsiccia, pomodori secchi, crostino d’ordinanza con salsina piccante, peperoni ripieni (l’unica cosa davvero forte, a giudicare dallo sguardo atterrito dell’americana di mezza età al tavolo di fianco, rivolto verso le mie orecchie scarlatte e, si direbbe, fumanti) e degli eccellenti capperi freschi (ecco una cosa da riscoprire: i capperi freschi; centomila volte meglio di quelli sotto sale).
Per il piatto forte mi affido ai “consigli dello chef”, e quindi: filetto all’aceto balsamico e, di contorno, un invitantissimo fritto misto di verdure.
Il filetto (mi avevano avvertito di non chiedere mai cotture diverse da quella “al sangue”, pena l’esposizione al pubblico ludibrio, e del resto a me va benissimo così) è alto due dita ed è un burro: fantastico per come sembra sciogliersi in bocca. Eccellente il fritto misto, piatto semplicissimo nel concetto quanto difficile e insidioso nella riuscita: porzione abbondantissima di carote, zucchine, melanzane e broccoli in una pastella spessa, croccante e asciuttissima. La (o il ?) tempura giapponese gli fa una sacrosanta pippa.
Sul vino, ero stato tentato dalle mezze bottiglie (da 375 cl), ma poi ho optato per un quarto di rosso della casa, davvero ottimo.
Per finire un buon caffè (in bicchierino di vetro, che non vuol dire niente ma quanto mi piace…).
Il conto: 26 euro. Non poco in senso assoluto, ma nemmeno molto, per quello che ho mangiato, e per la sensazione di sazietà e totale soddisfazione, acuita da un ambiente caldo e vivace (nonostante mangiare da solo, la sera, al ristorante, sia una delle esperienze potenzialmente più avvilenti per l’animo umano), dal servizio veloce ed efficiente e dalla consapevolezza di avere sfruttato solo in minima parte le potenzialità del luogo.
In definitiva, tre zampini comodi, anche se l’entusiasmo iniziale mi aveva fatto propendere per un giudizio più largo. Obbligatorio un secondo parere, più condiviso e meno solipsistico.
Comunque grazie infinite a Roberto, molto piu' attendibile sul cibo che non sul calcio... (non è vero, purtroppo, e mi costa un fastidio quasi fisico, devo ammettere che questa Fiorentina è un'ottima squadra, e nel giro di un paio d'anni puo' diventare fortissima. Montolivo re del mondo)
Giudizio: ***

Nessun commento:
Posta un commento