Al termine dell’ottimo pranzo preparato da Fabio, cuoco di lungo corso, ci addentriamo in una serratissima disquisizione filosofica, dove assistiamo alla prima, storica enunciazione della rivelatrice teoria dei passaggi a livello, che sembra mettere tutti d’accordo, e che rappresenta un ulteriore miglioramento del sottile postulato secondo cui “le donne son tutte puttane” (lo so, mi scuso se uso parole difficili, ma la filosofia è pura e richiede a volte l’utilizzo di termini un po’ aulici, non è per tutti…).
Il programma della giornata prevede una puntata a San Martino di Castrozza e, in serata, cena presso l’agriturismo “La Busca”, caldamente consigliato da House, presso il quale avevamo prenotato immediatamente dopo il nostro arrivo a Tiser.
San Martino è molto bella, sembra quasi una “Cortina in diminutio“. Approfittando della bella giornata, prendiamo un aperitivo su una terrazza con splendida vista sulle Pale di san Martino. A dire il vero sarebbero le cinque del pomeriggio, l’ora del tè, ma, come è ben noto, in tutto il Triveneto le bevande analcoliche sono illegali*, per cui questa è “l’ora dello Spritz”, (che qui viene dato ai bambini nelle scuole al posto del latte) che ci viene servito accompagnato da una bella varietà di stuzzichini. Mi soffermerei in particolar modo sui peperoncini verdi, che mangiamo solo io e Nico e che, come scopriremo poi con nostra grande sorpresa, si riveleranno fondamentali per passare indenni la notte.
Eccoci quindi pronti per la cena, dove faremo visita al “nano”, come viene soprannominato il gestore dell’agriturismo e (il suo vero nome è Florestano) che, ci avvisa House, è un personaggio molto particolare.
Devo essere sincero fino in fondo: non ero particolarmente entusiasta dell’idea; non so perché, ma sono sempre un po’ scettico di fronte agli agriturismi, dove, trincerandosi dietro la bandiera di una pretesa genuinità, vengono spesso serviti cibi mediocri e maleodoranti.
La Busca si trova a Lambroi, una frazione di Tiser (che a sua volta è una frazione di Gosaldo; se c’è una cosa che ho imparato, in questi giorni, è che Gosaldo è un paese lunghissimo, di cui nessuno conosce gli effettivi confini, e che sospetto si estenda con delle propaggini fino in Ungheria), ed è un vecchio casolare dove si può cenare solo venerdì e sabato, e pranzare la domenica (d’estate, però, è sempre aperto a mezzogiorno).
Se doveste mai andarci, non fatevi ingannare da sciocchi pregiudizi (come il mio sugli agriturismi) o dall’aspetto dimesso della costruzione, lasciatevi alle spalle dubbi e problemi personali e varcate la soglia col cuore leggero. (Se così non fosse, non preoccupatevi, ci penserà la cucina a risollevarvi lo spirito)
L’interno è piccolo (al massimo una ventina di coperti), spartano ma molto familiare. Ci accoglie un ragazzo molto giovane, che scopriamo essere il figlio di Florestano nonché il (formidabile) cuoco. Il nostro tavolo è già imbandito con gli antipasti, e noi non troviamo di meglio da fare che sederci e cominciare a divorare tutto, senza ritegno alcuno, come in apnea. Non ci accorgiamo quasi della figura che si erge alle nostre spalle, che ci scruta divertito e benevolo: Florestano.
Il “nano” è in realtà un bestione imponente, di età indefinibile, dalle movenze felpate e i modi gentili, che gli conferiscono un che di rassicurante e paterno. Ci spiega che ha “abdicato” in favore del figlio, che ormai gestisce il locale con la sua ragazza, che però quella sera è malata, e per questo lui è qui in sua sostituzione. A posteriori posso dire di non essere mai stato tanto felice per la malattia di un’altra persona.
Il menù è fisso e cambia a seconda dell’umore del cuoco e della disponibilità di prodotti freschi.
Si comincia subito con una marea di antipasti particolari e sfiziosi. Tra quello che mi ricordo: zucchine crude con sesamo e senape, pomodori secchi, vari sottoaceti, affettati misti (coppa, speck, salame e soppressa), patè, bruschette al lardo e al pomodoro (con pane fatto in casa), involti di affettati e formaggi, uova sode con deliziose salsine artigianali, lattuga con uvetta e pinoli: tutto divino.
Solo dopo cominciamo a tirare il fiato, prendere confidenza col luogo e renderci conto che, alle pareti, sono appesi testi di canzoni anarchiche e strazianti poesie cilene, di quelle che sanno scaldare il cuore anche più del peraltro ottimo vino che annaffia le nostre risate.
Ecco il turno dei primi: un tris composto da gnocchi di zucca, tagliatelle ai finferli e ravioli burro e salvia, tutto rigorosamente fatto in casa e parimenti ottimo. Dopo il primo giro (per Fabio è durato una ventina di secondi, per gli altri un po’ di più) Florestano passa a rabboccare i piatti di tutti (comprese le due ragazze che non si tirano indietro affatto). Passa una, due volte, e poi, sconfitto ed incredulo, abbandona le padelle sul tavolo.
Più tardi “il nano” ci confesserà di averci sottovalutati dopo averci visto avventare come locuste sugli antipasti, e aver pensato a noi come a degli sprovveduti “sprinter” cittadini, salvo poi doversi ricredere e constatare la nostra ottima preparazione anche sul fondo.
A dire il vero, noi stessi siamo piuttosto stupefatti della nostra prestazione (Fabio poi è da standing ovation: quattro giri COMPLETI non si vedevano dal ’54…). Io e Nico finiamo per convincerci del fatto che i peperoncini verdi di S. Martino si siano costituiti in una complessa struttura reticolare, fondamentale impalcatura in grado di sorreggere al meglio il carico straordinario a cui stiamo sottoponendo il nostro stomaco.
Per secondo, pollo ai peperoni: eccellente (c’è bisogno di dirlo?). Sinceramente non ricordo se il vino fosse sfuso o in bottiglia, ma rammento che scorreva a fiumi ed era molto buono.
A questo punto io ed Eleonora sentiamo il bisogno di alzarci, per non morire soffocati, e usciamo all’aperto, dove presto veniamo raggiunti da Florestano, con il quale intraprendiamo una brillante conversazione sui massimi sistemi. Restiamo totalmente rapiti ed affascinati da quest’omone gentile dalla barba bianca, a metà fra un Che Guevara pacificato e un maestro Zen, una sorta di guru anarchico in sandali, dallo sguardo sereno e coraggioso, placido e intelligentissimo, che ci racconta di come lui abbia deciso di dare una svolta completa alla sua vita ogni cinque anni. Veniamo richiamati alla realtà (abbiamo saltato i formaggi ma ci sono i dolci!) da Erica, e rientriamo con nel cuore la sensazione di essere arrivati vicinissimi alla soluzione dei mali del mondo e l’assoluta certezza che, se nei governi sedessero persone così, la vita sarebbe di sicuro meno amara.
I dolci consistono in un assaggio di sei-sette tipi di torte diverse. Sarebbe già abbastanza per catapultare la serata nel mito, ma (dura a crederci, lo so) il meglio deve ancora arrivare: dopo un caffè d’orzo, Florestano ci lascia sul tavolo almeno DODICI bottiglie di grappe diverse, da lui aromatizzate con erbe varie. Le assaggio tutte (eccellente in modo particolare quella alla liquirizia) ed entro in un empireo fatto di sensazioni contrastanti, la testa è leggera, i peperoncini scricchiolano ma non cedono, e la serata si chiude sulle note della marcia trionfale dell’Aida suonata dall’orchestra degli animali del bosco (o forse questo me lo sono solo immaginato? Non ci giurerei). Alla fine il conto è di 27 euro a testa, cioè nulla, ma in ogni caso cos’è il vil denaro di fronte alle porte del paradiso?
Giudizio: quattro zampini e mezzo (**** ½ )
Uscendo penso alla strada, ai tornanti da fare per tornare a Tiser, a quanto ho bevuto, e al fatto che, stranamente, mi sento lucidissimo, e poi, vado tranquillo, perché “Florestano is my co-pilot”.
La Busca, ovvero: le porte del paradiso
* a tal proposito ci è capitato di assistere ad una scena piuttosto emblemetica: degli uomini in un bar, dopo aver verosimilmente bevuto dai tre a i sei litri di prosecco, erano imbarazzatissimi ad ammettere di ver ordinato "l'acqua granda" (che suppongo essere una bottiglia da litro di acqua minerale), a conferma dell'evidente tabù verso tutto ciò che non presenti un seppur minimo grado alcolico.

2 commenti:
Florestano è un nome beethoveniano, dal "Fidelio".
E' anche il nome che prendeva Schumann quando scriveva di musica...
Ottimo! Questa me la gioco alla mia prossima visita alla Busca, chissà che non derivi proprio dal Fidelio.
ciao
Posta un commento