venerdì 9 novembre 2007

Pere e baracchini...

Recensione inviata da Nico

Avrei voluto e dovuto parlarvi del ristorante trattoria “La rete”, noto locale della periferia metropolitana milanese in cui il pesce, talvolta fresco e talvolta meno, occupa il ruolo cardine all’interno del menù. Avrei dovuto raccontare circa gli innumerevoli antipasti ( da ricordare soprattutto le capesante gratinate) che ci sono stati serviti e degli ottimi spaghettini “bianchi alle vongole”…
Tutto questo avrei dovuto…..e invece il Cirella mi ha chiamato ricordandomi che venerdi 2 novembre ci sarebbe stato il derby tra Lugano ed Ambri e quindi non potevo mancare. Così anche questo anno non ho fatto mancare il mio apporto alla squadra lacustre, spronato dal fascino della Resega addobbata di colori e riempita di cori, ma anche, piacevolmente trascinato dal profumo dei bradwust (ma come minchia si scrive’?), cotti nella zona antistante il palazzo del ghiaccio. Certo, la concorrenza tra i venditori ambulanti presso cui poter per assaggiare uno stuzzichino pre partita non è molta, pochi sono i “BARACCHINI” dislocati nei pressi del suddetto complesso sportivo, eppure, c’e n’è uno che si distingue per semplicità e genuinità. L’offerta è essenziale, bradwust con la sorprendente aggiunta, da questa stagione, della LUGANIGA NOSTRANA, come recita il cartello di carta appeso ai fianchi del gazebo e rigorosamente scritto a mano. La consistenza dei prodotti venduti è garantita dalle rotondità delle forme del venditore (120x150), il gusto ve lo garantisco io. Nessuno pretende di scoprire l’acqua calda e non è neppure necessario aver frequentato un corso intensivo di Gualtiero Marchesi per poter sbattere un salsicciotto in padella, tuttavia, il bradwust (dimensioni medio grandi e colore biancastro) cotto alla piastra e semplicemente servito su un piattino di carta accanto alla salsa prescelta (la senape è la sposa migliore senza discussione), accompagnato da un a birra alla spina possibilmente di bassa gradazione, riempie lo stomaco per qualche ora ed il cuore per qualche secondo.
Ho quindi coniato un nuovo motto “al contadino (leventinese) non far sapere quanto è buono il bradwust con le pere (tre, come quelle prese dall’Ambrì!)”


Contadino leventinese

mercoledì 31 ottobre 2007

Ristorante La Rete

Via Novara 205
Milano
Tel. 02-48203411

Chiuso il lunedi'

Preambolo
Sono almeno 6-7 anni che sento parlare di questo ristorante come di un posto mitico, dove si va per mangiare solo pesce (ecco, qui bisognerebbe aprire un’infinita parentesi sui ristoranti di pesce a Milano e limitrofi, e su chi si ostina, come noi, a volerne trovare qualcuno che sia appena piu’ che decente), e dove si viene abbattuti a colpi di portate pantagrueliche, tanto da mettere seriamente in discussione la fama degli stomaci piu’ clamorosi e insaziabili.
Il mito è stato alimentato da racconti estasiati provenienti da piu’ parti, i cui contorni erano sempre comunque abbastanza sfumati e imprecisi, forse per via della non sempre provata limpidezza delle fonti, per lo piu’ derivanti dal cognato di un collega di mio fratello, alcuni non meglio precisati conoscenti di Giuseppe (chi lo conosce sa che questo è piu’ che abbastanza per non fidarsi, sarà utile, prima o poi, dedicare un po' di spazio alle "Peppate"), il padre di Nico (per mille anni sindaco del paese, il che conferisce per lo meno un alone di solennità e autorevolezza alla cosa).
Qualche anno orsono arrivai vicino a toccare con mano la veridicità o meno di quei racconti, per la precisione la sera della laurea di Nico, quando suo padre propose di andare a festeggiare “alla Rete”, e fu solo grazie (o per colpa di) all’ostinata indifferenza dello zio sommelier (che finse di non sentire nemmeno quel nome) se la mia esperienza con il mito venne rimandata. Poi non ando’ affatto male (ma questa è un’altra storia, che merita una trattazione accurata e uno spazio tutto suo), ma in tutti noi (io, Nico e suo padre, i soli a cui importasse qualcosa, in verità) rimase un’ombra di amaro in bocca, per esserci andati cosi’ vicini.
Col tempo i racconti sono aumentati, e con essi sono inevitabilmente lievitate le aspettative, tanto che ero arrivato a costruirmi una mia immagine ideale, giocata sulle poche e confuse informazioni che avevo racimolato (e cioè: è vicino allo Stadio, c’è una rete da pesca appesa sul soffitto, ti sfiniscono con una serie interminabile di eccellenti portate di pesce che nessuno è mai riuscito a finire). Nella mia mente, “La Rete” era un ampio salone quadrato con le pareti gialle, affrescate con scorci del golfo di Napoli, camerieri gioviali vestiti da mozzi (si, lo so, il mio immaginario è piuttosto appiattito su alcuni dei piu’ beceri luoghi comuni verso i napoletani, che poi manco so se sono effettivamente napoletani…) dediti alla sfida con gli stomaci dei clienti felici e boccheggianti, con i cuochi che ogni tanto fanno capolino esibendo enormi orate che da li a poco tenteranno di farti ingurgitare contro la tua volontà.
Ero quasi arrivato ad accettare il fatto che io, alla Rete, non ci sarei mai andato, e che forse, in realtà, non esistesse nemmeno.
Invece…

Un giovedi’ sera, Nico mi chiama dicendo che Peppe vuole prenotare alla Rete per sabato. – Quale sabato? Come “questo”, intendi proprio dopodomani? – Pazzo, penso io, convinto dell’esistenza di una lista di attesa irragionevolmente lunga, si faranno una grassa risata prima di attaccargli il telefono in faccia. Niente di tutto questo: il giorno dopo vengo a sapere che è tutto confermato, e cosi’, senza quasi accorgermene, mi ritrovo a viaggiare alla volta del mito. Non nascondo che un po’ ci sono rimasto male: ma come, è tutto cosi’ facile, basta chiamare e dire “un tavolo per 8, questo sabato”, senza lottare, pregare, senza sudarsela nemmeno un pochino…
Fatto sta che ormai ci siamo, Via Novara, all’uscita dalla tangenziale giri a sinistra, e poi sempre dritto. Tutto troppo facile.
Il locale è decisamente anonimo, varie sale comunicanti dai muri bianchi, niente scorci del Vesuvio, c’è in effetti una rete da pesca appesa al soffitto, ma l’effetto è lo stesso di chi si mette in salotto una colonna ionica, i camerieri sono “normali” (non dico dei Pulcinella col mandolino che ti servono gli spaghetti con le mani, ma almeno un cappellino da marinai… che delusione…) e non particolarmente gentili.
Quando ci sediamo, sul tavolo ci sono già alcuni stuzzichini, tipo olive, bruschettine pomodoro e mozzarella, verdure sott’olio, niente di che.
Arriva un cameriere che chiede se a tutti va bene il pesce (domanda enigmatica, perché verosimilmente non contempla alternative plausibili) e basta, non dice nient’altro. In teoria, a quanto sapevamo, ci sarebbero due possibilità per il menu’: quello completo, comprendente antipasti primi e secondi, o quello parziale, in cui si puo’ rinunciare ai primi o ai secondi, ma non ci viene chiesto né illustrato niente di tutto questo, il che mi fa pensare che forse l’unico momento utile per poter parlare, era quello della domanda del cameriere, passato quello, devi tacere e mangiare.
Tacere e mangiare, già, d'altronde non si avrebbe il tempo di fare altro, visto che iniziano a portarti antipasti a ripetizione, come in catena di montaggio: salmone affumicato e melone (accostamento interessante), capesante e cozze gratinate (senza infamia né lode), alici fritte (buone), carpaccio di tonno e salmone (lasciamo perdere), salmone cotto (ovvero: la fantasia al potere…), cannolicchi (mai mangiati prima, mi hanno detto poco), gamberi (questi ottimi), insalata di mare, surimi di granchio (abbastanza inutile), ostriche cotte con salsa verde (scelta piuttosto insulsa), e qualcosa d’altro che sicuramente dimentico. Il ritmo è insostenibile, e diventa davvero difficile persino scambiare due chiacchiere. Le scodelle per i gusci sono ormai colme, le portano via e ci lasciano un po’ di tregua. Prime impressioni: nessuno si sbilancia, ma una certa insoddisfazione comincia a serpeggiare sui nostri volti, a parte House che pare in grado di ingurgitare qualsiasi cosa con un livello di soddisfazione impenetrabile, ma che pare sempre settato sul “medio” (House l’ho sempre visto cosi’: mai veramente entusiasta per qualche portata, mai davvero insoddisfatto, o meglio, magari dopo ti dice che non ha mangiato bene, ma prima si è scofanato ogni cosa gli fosse capitato nel piatto…). Tempo di riprendere fiato e arrivano una classica pepata di cozze (abbondanti ma niente di che), lumachine di mare in umido (piatto “difficile”, soprattutto per House, che ne mangia un paio col guscio), polenta e seppioline, scampi e gamberoni grigliati (uno a testa, il mio ceduto cavallerescamente). Nel frattempo finisce la prima caraffa di bianco della casa (onesto, ma nessuno si aspettava di piu’), ne chiediamo ancora e ci portano del rosso (!?): io e Nico, ostinati nel non voler vedere al di là del nostro naso, ipotizziamo che la scelta non sia casuale, ma che il rosso ben si sposa con i sapori piu’ decisi degli ultimi piatti (ben presto saremmo costretti ad ammettere che non era cosi’, e a sospettare che il vino bianco sia in realtà terminato…).
Altra pausa, e commenti che volutamente si spostano sulla quantità (esagerata) piuttosto che sulla qualità (altalenante, ma tendente verso il basso).
Arriva un tris di primi salutato (da me, per lo meno) con scarsissimo entusiasmo: mi perplimo di fronte a un risotto alla pescatora piuttosto anonimo e penne al sapore di tonno (visto che di pesce io non ne ho trovato) tutt’altro che esaltanti. Ottimi invece, per cottura e condimento, gli spaghetti alle vongole.
Il sorbetto d’ordinanza non riesce a lavar via una sensazione che assume i contorni sempre piu’ definiti della delusione. Non si riesce nemmeno a creare un’atmosfera in grado di risollevare la cose, un po’ per colpa del vino rosso e dolciastro, un po’ perché siamo rapiti nell’osservare gli occupanti della tavolata a fianco: una schiera sterminata dei peggio tamarri dell’hinterland, che potrebbero benissimo rappresentare il cast al completo del seguito di Donnie Brasco o Quei bravi ragazzi. Per cui la mia unica speranza per la serata è rappresentata dal vedere Joe Pesci far capolino dalla porta del locale, o per lo meno assistere in diretta a una rissa, la pianificazione di un rapimento, una telefonata minatoria, cose cosi'.
Arrivano i secondi: grigliata mista ben fornita con orata, triglie, sgombro, gamberoni, salmone (ancora?), pescatrice, e un assaggio di calamari fritti. Troppa roba, non ce la facciamo, sarebbe stato meglio rinunciare ai primi, se solo fosse stato possibile.
Poi dolce, caffè e limoncello. Quando ci alziamo, guardo incredulo l’orologio che mi dice che sono passate quattro ore.
Il conto: 47 euro a testa, forfait. Non è molto, per quello che abbiamo mangiato, ma il punto non è questo: il giudizio annega inevitabilmente nell’acqua delle aspettative, che era davvero troppo alta. Quantità abominevole, qualità molto poco curata, cosi’ come il servizio, secco e impersonale (camerieri trasparenti e velocissimi), ritmi insostenibili, ambiente davvero anonimo (non succede niente neanche ai vicini, nemmeno una retata - eppure il commissariato e qui di fianco, cosa ci voleva a fare un salto - e Joe Pesci non si fa vedere), vino che non riesco a definire se non come inspiegabile.
Due zampini (forse un mezzo punto in piu' ad essere generosi) perché proprio non si puo’ rimanere indifferenti davanti al “quanto” si mangia. Per il “come”, beh… mi vien da dire: uffa, lo sapevo!
A volte i miti, specie quelli di lunga data, andrebbero lasciati stare al loro posto, senza mai tentare di avvicinarli, pena sperimentare uno scarto crudele con le proprie illusioni.

Giudizio: **



venerdì 19 ottobre 2007

Trattoria Napoleone

Piazza del Carmine, 24 - Firenze
tel. 055 281015
Aperto tutti i giorni solo la sera

Ovvero: Firenze, atto secondo.
Dopo l’ottima esperienza al “Palle D’Oro” (non tragga in errore la valutazione non altissima, ma lo zampino è un voto globale, non giudica solo il cibo, in quanto questo, nella filosofia zampina è inscindibile dall’esperienza globale del pasto, che difficilmente puo’ essere indimenticabile se si è da soli, se il vino non accompagna discorsi e risate), per la mia seconda serata fiorentina avevo da scegliere tra due possibilità, entrambe consigliatemi da Michela: L’enoteca Fuori Porta, a Porta S. Niccolo’, o la Trattoria Napoleone, a San Frediano. A onor del vero, ci sarebbe stato anche un terzo consiglio, e cioè la Fiera di Scandicci, ma non me la sono sentita, nonostante la descrizione di Michela la rendesse quasi irrinunciabile: “Vacci, l’è proprio bellina, ci sono le macchine, i trattori…”
Oh Mihela! Ma come vo’ vi divertite da queste parti? (D’altronde il declino della società fiorentina post rinascimentale non è mica un mistero: Da Lorenzo il Magnifico a Cecchi Gori, la Fallaci, Pacciani, Carlo Conti, Agroppi e Piero Pelu’. Dovete proprio averlo fatto incazzare per bene il buon Dio…)
In realtà avevo già deciso, da subito, dopo aver visto l’indirizzo del “Napoleone”: Piazza del Carmine, nel cuore di Borgo San Frediano. E’ qui che vive il Commissario Bordelli, il personaggio creato da Marco Vichi e che è uno dei piu’ indimenticabili della letteratura gialla italiana, della stessa pasta di Duca Lamberti (del mai troppo lodato Scerbanenco), entrambi legati dallo sguardo lucido e umanissimo che rivolgono ai lati bui delle loro città: la Milano non ancora da bere di Lamberti e la Firenze povera di Bordelli, quella lontana da Uffizi e Ponte Vecchio, la Firenze di Borgo San Frediano.
Oggi, naturalmente, molte cose sono cambiate (i romanzi di Vichi sono ambientati negli anni 60), ma San Frediano ha conservato un aspetto dimesso e popolare, in forte contrasto con l’eleganza grandi firme dell’altra sponda dell’Arno. Nessun turista per le stradine strette, solo portoni, serrande abbassate, manifesti strappati, poche vetrine: qualche botteguccia antiquaria, uno studio di scultura, e un bellissimo negozietto di sola musica Jazz, il Twisted Jazz Shop, dove riesco incredibilmente a non comprare nulla*, e qualche laboratorio artigianale di cui è impossibile indovinare l’esatta funzione (per esempio, c’era ‘sto buco stipato di cianfrusaglie tipo secchi, viti, bottiglie, un sedile d’auto, vecchi televisori, pezzi di motore, dove un signore di mezz’età stava, credo, saldando qualche circuito elettrico, mentre un altro stava sulla porta a fumare; entrambi sembravano usciti da uno dei primissimi film di Nuti).

La Trattoria Napoleone si trova in un angolo di Piazza del Carmine, mentre dall’altro lato ci sta un bar che sembrerebbe essere molto conosciuto e ben frequentato, a giudicare dalle ragazze che mi passano a fianco per infilarvicisi (ecco una cosa di Firenze: qui le ragazze son tutte belle senza sembrare quasi tutte prive di senso come da noi). Si puo’ mangiare anche all’aperto (e si potrebbe fare, qui ad ottobre alla sera si gira in camicia), ma decido di entrare per vedere il posto ed essere “nel vivo dell’azione”. Il locale è molto curato e piuttosto ricercato nell’arredamento, un tantino fighetto ma, come scopriro’ in seguito, in senso buono, per lo meno se avete presente certi locali, qui da noi.
I clienti qui sono davvero tutti fiorentini, (solo un tavolo di turiste americane che sembrano tutte la figlia di Ozzy Osbourne, e ordinano ravioli e tagliatelle, con la Coca Cola), i camerieri giovani, simpatici e in divisa (nel senso che hanno la maglietta col nome del ristorante), e la musica è sorprendentemente ben scelta (i primi due dischi di Elvis Costello, in sequenza, notevole…).
Decido di sposare la stessa politica della sera prima, per cui: crostini di polenta fritta con fegatini e tartufo, tagliata di chianina alla catalana, e da bere un bicchiere di Morellino di Scansano.
Mentre aspetto mi portano un cestino di pane e focaccia calda, appena fatta (fanno anche la pizza), che divoro mentre sbircio la signora al tavolo di fianco, che prima, quando sono entrato, mi fissava atterrita come si fa con un infanticida, e ora scrive fitta su un notes e chiede un altro bicchiere di bianco (magari è una scrittrice, magari è la sorella della Fallaci nel bel mezzo del suo nuovo pamphlet in cui dimostra con assoluta lucidità che i varesini che cenano da soli nei ristoranti sono una razza inferiore).
Arriva l’antipasto e subito mi spaventano le porzioni, abbondantissime. I crostini sono molto buoni (specie quelli ai fegatini), e quasi mi saziano. Anche la carne è tantissima, ricoperta di verdure crude tagliate sottili, e temo che non riusciro’ a finirla; invece è cosi’ buona e saporita che sarebbe un delitto non arrivare in fondo. Qualche riserva sul Morellino, che non mi è parso niente di che, ma del resto è un vino che non conosco, e forse ho solo sbagliato ad ordinarlo (cosi’ imparo a darmi arie da gran gourmet; dopotutto c’è sempre la mia Shweppes ad attendermi in albergo…).
Gradevolissima sorpresa col caffè, che arriva (anche qui in bicchiere di vetro) accompagnato da una ciotolina di uvetta e pinoli; ottimo accostamento, in grado di addolcire il conto: 30 euro non sono proprio pochi, soprattutto considerando che non ho preso contorni e ho bevuto solo un bicchiere di vino. Giudizio: posto bello, curato, dove si mangia bene e abbondantemente, due zampini e mezzo. In una serata “giusta” puo’ guadagnare un punto o forse piu’, ma il conto lieviterebbe sensibilmente.
In definitiva, il “Palle D’Oro” mi ha forse colpito di piu’, ma non stiamo a sottilizzare: due belle serate, capaci di risollevare una trasferta altrimenti non esaltante, chiusa degnamente con un’Eurostar in ritardo, una coincidenza saltata, e un viaggio su un Milano-Dortmund pieno di campeggiatori tedeschi e la loro immonda piedanza, per finire con il brivido di accettare un passaggio da uno sconosciuto con gatto al seguito (nella gabbietta, sul treno, come il sarchiapone). Ma uno che ama i gatti e ascolta Tom Waits non puo’ essere cattivo…

Giudizio: **1/2



"Mi chiamo Bordelli e sono un commissario. Ho fatto la guerra e poi sono entrato in polizia, forse per continuare a essere in prima linea contro l’ingiustizia. Lavoro quasi sempre da solo, e non gradisco interferenze da parte dei miei superiori. Ma da quando al commissariato è arrivato il giovane Piras, è con lui che ho scelto di lavorare. E’ un poliziotto intelligente e preciso, forse un po’ troppo preciso secondo i miei gusti... Ma non ho gusti facili io. Della mia vita privata non mi piace parlare. E poi che cosa volete che vi dica? Vivo nel quartiere di San Frediano, il più povero di Firenze. La mia casa è eternamente in disordine ma non ci faccio troppo caso. Tanto vivo da solo. Nessuna donna si è fermata abbastanza nella mia vita per renderla più ordinata. La mia migliore amica è Rosa, una ex prostituta. Rosa mi accoglie a tutte le ore, mi prepara tartine e mi riempie il bicchiere di vino francese... e a volte, senza minimamente immaginarlo, mi suggerisce idee nuove per andare avanti in certe indagini che sembrano essere arrivate a un punto morto... Così è stato anche in quella torrida estate del 1963 in cui mi capitò uno di quei casi che sembravano usciti dalle pagine di un libro giallo..."


*bel negozio, ben curato, ottimo assortimento, ma minchia che prezzi! Cioè, dico, oggi i dischi non li compra piu’ nessuno (a parte me e qualche altro bruciato), e i dischi jazz ancora meno, per cui l’unica via possibile per indurre chi ancora ci crede a non scaricare solo dalla rete sembrerebbe essere quella di proporre dischi di qualità, anche nella confezione, a prezzi bassi. Da qui il brulicare di ristampe ben fatte a prezzi ottimi (molti dischi Impulse e Atlantic, la collana Blue Note a 5 euro…). Ebbene, in questo negozio non c’è niente di tutto cio’. E’ vero, trovi molte cose difficilmente reperibili normalmente, ma i prezzi sono 3-4 euro piu’ alti della media di qualsiasi posto ben fornito. Eddai!

mercoledì 17 ottobre 2007

Trattoria Palle D'Oro

Via Sant'Antonino, 43-45 r, Firenze
tel. 055 288383
Chiuso la domenica.

Quando mi hanno proposto una trasferta di lavoro a Firenze, non è che facessi esattamente i salti di gioia.
Non tanto perché mi sia completamente rincretinito (cosa che peraltro aiuta, ne converrete), quanto piuttosto per lo scenario di desolante grigiore che mi si prospettava dinanzi: partire in treno, da solo, e starmene rinchiuso in hotel fino a sera, per poi uscire, da solo, mischiarmi nella folla ottobrina di turisti americani (ma il dollaro non era in crisi?), mangiare, da solo, in un posto in cui nove volte su dieci ti rifilano roba orrida in cambio di un salasso, per poi tornarmene, da solo, ovvio, in albergo, dove potermi comodamente addormentare davanti alla replica di Parma-Milan, non senza essermi prima fatto mancare una puntatina nel frigobar della stanza (si, lo so, è una mia debolezza, ma se ci sono arachidi e acqua tonica non riesco a resistere).
Mi sono accorto infatti, e devo ancora capire il perché, di avere sviluppato negli anni un particolare fiuto per i ristoranti-fuffa, siano essi posti smaccatamente turistici in cui sono capaci di farti pagare 12 euro una pizza surgelata, oppure immonde bettole con l’unica palese funzione di copertura per giri ben più loschi. E lo so benissimo, come starete già pensando voi tutti, infallibili e scafatissimi buongustai dei miei stivali, che i posti turistici, specie nelle città d’arte, sono assolutamente da evitare e sono pure facilmente individuabili, che per mangiare bene bisogna uscire dalle vie principali e tutte queste altre cose che voi, dandovi di gomito ridacchiando compiaciuti, chiamate malizie del mestiere, ma comunque vada, in ogni caso, finisco sempre, come un rabdomante del degrado, per ficcarmi in uno di questi luoghi, latori di cosmica tristezza e vino scadente.
Per cui, ben conscio di questa mia naturale propensione allo sfacelo culinario inteso come condizione esistenziale, mi sono ricordato di avere ben due colleghi fiorentini ai quali poter chiedere lumi, con la serena consapevolezza di poter addossargli la colpa di ogni eventuale delusione, ed avere così un altro motivo per avercela con loro (il primo e più importante motivo è naturalmente la loro fede calcistica, mi pare superfluo puntualizzarlo).

Eccomi dunque sulle tracce della trattoria “Palle D’Oro”, consigliatami caldamente dall’ineffabile Roberto, che l’ha eletta a meta di ogni trasferta fiorentina del “Viola club Locarno” (cosa possa essere questa cosa qui, mezza viola e mezza ticinese, non oso nemmeno immaginarlo). Il nome, devo dire, mi dispone subito bene e la ricerca si rivela molto semplice: vicinissimo alla stazione, a due passi dalla piazza del mercato, il locale (che scopro essere "storico", in quanto attivo fin dal 1860) risulta poco visibile dall’esterno, con la sua aria da paninoteca-salumeria (cosa che di fatto è di giorno). Vinta l’iniziale diffidenza, e respinto a fatica l’indiscutibile fascino del bistrot “Beirut” che mi chiama dall’altro lato della strada, entro e capisco subito che le cose andranno bene: tra i clienti molti sono fiorentini, il personale è giovane, simpatico e gentilissimo, roba da non credere (ma questa è una deformazione dovuta all’assuefazione alla calda ospitalità dei ristoratori varesini, che sbuffano quando entri dalla porta e ti fanno pagare 3 euro ogni abbozzo di sorriso, 5 per ogni risposta distinguibile dal grugnito), le salette accoglienti e curate (ad occhio, una quarantina di coperti), la cucina è a vista (anche qui giovanissimi) e enormi pezzi di carne sugosa mi fanno venire voglia di spolpare un vegetariano vivo.
Il menù è allettante e vario (credo ci fosse anche del pesce, ma il mio cervello visualizzava continuamente quel pezzo di carne grondante sangue) e qui mi si pone il primo quesito morale, una scelta di campo fondamentale, codice etico al quale decidere di affidarsi per non morire. Mi si prospettano due possibilità: decidere di non gravare sull’azienda che mi stipendia, pagare di tasca mia e dare quindi sfogo alla mia voracità senza ritegno e senso di colpa alcuno, oppure, come dicono a Londra, fottermene bellamente e ingozzarmi a sbafo presentando rimborsi spese esorbitanti? Scartata senza troppi patemi la prima ipotesi (va bene grulli, ma fino a un certo punto), e accantonata pure la seconda (che un po’ di dignità, o una parvenza di essa, ancora la conservo), finisco per optare per un saggia e salomonica via di mezzo: paga la ditta, ma io mi trattengo; per cui antipasto: si, primo: no, secondo: si (carne e sangue, carne e sangue, carne e sangue…), contorno: vedremo, dessert: no, vino: si, ma non in bottiglia.
Quindi comincio con antipasto della casa (piccante, specificato in maniera sinistra sul menù): salsiccia, pomodori secchi, crostino d’ordinanza con salsina piccante, peperoni ripieni (l’unica cosa davvero forte, a giudicare dallo sguardo atterrito dell’americana di mezza età al tavolo di fianco, rivolto verso le mie orecchie scarlatte e, si direbbe, fumanti) e degli eccellenti capperi freschi (ecco una cosa da riscoprire: i capperi freschi; centomila volte meglio di quelli sotto sale).
Per il piatto forte mi affido ai “consigli dello chef”, e quindi: filetto all’aceto balsamico e, di contorno, un invitantissimo fritto misto di verdure.
Il filetto (mi avevano avvertito di non chiedere mai cotture diverse da quella “al sangue”, pena l’esposizione al pubblico ludibrio, e del resto a me va benissimo così) è alto due dita ed è un burro: fantastico per come sembra sciogliersi in bocca. Eccellente il fritto misto, piatto semplicissimo nel concetto quanto difficile e insidioso nella riuscita: porzione abbondantissima di carote, zucchine, melanzane e broccoli in una pastella spessa, croccante e asciuttissima. La (o il ?) tempura giapponese gli fa una sacrosanta pippa.
Sul vino, ero stato tentato dalle mezze bottiglie (da 375 cl), ma poi ho optato per un quarto di rosso della casa, davvero ottimo.
Per finire un buon caffè (in bicchierino di vetro, che non vuol dire niente ma quanto mi piace…).
Il conto: 26 euro. Non poco in senso assoluto, ma nemmeno molto, per quello che ho mangiato, e per la sensazione di sazietà e totale soddisfazione, acuita da un ambiente caldo e vivace (nonostante mangiare da solo, la sera, al ristorante, sia una delle esperienze potenzialmente più avvilenti per l’animo umano), dal servizio veloce ed efficiente e dalla consapevolezza di avere sfruttato solo in minima parte le potenzialità del luogo.
In definitiva, tre zampini comodi, anche se l’entusiasmo iniziale mi aveva fatto propendere per un giudizio più largo. Obbligatorio un secondo parere, più condiviso e meno solipsistico.
Comunque grazie infinite a Roberto, molto piu' attendibile sul cibo che non sul calcio... (non è vero, purtroppo, e mi costa un fastidio quasi fisico, devo ammettere che questa Fiorentina è un'ottima squadra, e nel giro di un paio d'anni puo' diventare fortissima. Montolivo re del mondo)

Giudizio: ***




Prove tecniche

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