venerdì 16 maggio 2008

Canali, Canne e Cannoli

Pubblicato da Nico



Il mio amico Edwin sostiene che gli i Olandesi non abbiano gusto alcuno per il cibo, e che aggrediscano in maniera indifferenziata qualsivoglia pietanza.
Col mio terzo viaggio ad Amsterdam, devo purtroppo dare atto ad Edwin della fondatezza delle sue constatazioni anche se non nascondo che avrei avuto piacere nello smentire la tesi Edwiniana, ma, come si dice “i fatti hanno la capa tosta”.
E così tra il fascino dei canali che disinvoltamente solcano il centro della città ed il più immediato, ma non per questo meno romantico fascino delle forme femminili in vetrina, la cui visione mi lascia sempre una marcata nota malinconica ed una irrefrenabile curiosità* (chi sono, da dove vengono, quale è la loro storia), nulla si scorge di culinariamente interessante.
La multirazzialità olandese si riflette inevitabilmente anche sugli esercizi enogastronomici: ristoranti cinesi, indiani, turchi punteggiano le vie più caratteristiche della metropoli disorientando l’avventore.
Più che i “sapori delle colonie” i gestori dei suddetti locali sono molto attenti all’odore dei quattrini che cercano di carpire servendo a mo’ di fast food (più fast che food) piatti e prodotti di dubbia provenienza. Immancabilmente, nelle prossimità di questi posti vi è lo spacciatore di turno che con la riservatezza di un venditore di triglie propone una varietà di scelta assai più ampia che quella del menù.
Una riflessione a parte merita la ristorazione italiana ad Amsterdam. Per capire la qualità della stessa mi basta osservare dall’esterno uno di questi ristopacchi e leggere una scritta in carattere grande che recita “speghettataria” (?????). Almeno i colori della bandiera sono esatti.
In questo deserto, l’unico genere di ristoranti che si salva è quello degli Steak House, soprattutto se argentini. In effetti sono spesso gestiti da Argentini, lo si comprende dall’accento dei proprietari nonché dalle musiche che accompagnano i pasti.
Ve ne sono di varie dimensioni e stili.
Io preferisco quelli meno appariscenti, possibilmente con pochi tavoli e ben curati (il tavolo di vetro non è il massimo). Qui si può assaggiare la carne argentina secondo tutte le declinazioni possibili. Meglio però non avventurarsi in richieste bizzarre e rimanere sui tagli più classici. Filetti e controfiletti sono quasi sempre scelte azzeccate, la carne è tenera, discretamente saporita e cotta secondo le esigenze del cliente (se la volete “ben cotta” è meglio che andate dallo spacciatore di cui sopra. Le uniche due cotture che si addicono ad un vero carnivoro sono “al sangue – e –media cottura” e non torniamo più sull’argomento.”)
Per quanto riguarda il vino ci si può affidare anche al vino della casa, che il più delle volte è importato dal sud-america e che ben si abbina alla carne. I vini in bottiglia, peraltro molti dei quali sono italiani, hanno prezzi inavvicinabili o meglio inaccettabili. Insalate e pannocchie alla griglia completano il pasto. Il prezzo è secondo me abbastanza alto (dai 35 ai 45 euro) ma anche da noi i margini non sono di molto inferiori.
A cena avvenuta non resta che nascondersi in uno dei baretti dove poter bere un bel boccale di birra alla spina (sorprendentemente cara: anche 7 euro a boccale) e cantare le incomprensibili canzoni tedesco – olandesi, difficilmente distinguibili da un coro da stadio e le cui uniche parole sembrano essere OOOO, OHH.
Una nota di merito va fatta per la taverna del centro sportivo dei campi di gioco presso i quali abbiamo disputato il torneo che è causa del viaggio nei paesi bassi; ad 1,50 Euro era possibile sorseggiare un bicchiere abbondante di birra. Dieci euro per iniziare e poi si vede…….

*La seconda, s’intende.


Lui...

Pochi lo sanno, perchè ancora non ci siamo premurati di spiegarlo, che le origini del mito dello Zampino affondano in un luogo piccolo e stretto, in un paese di lago e di confine.

Quale paese, quale lago o al confine di cosa, per ora, non è importante saperlo, perchè stiamo parlando di un luogo dell'anima, le cui porte si sono chiuse per sempre, il 30 novembre scorso, lasciando fuori, per l'ultima volta, i nostri nasi infreddoliti e increduli.

In realtà il capitolo finale di questa storia è ben lungi dall'essere scritto, ma il primo atto si è comunque concluso, e quindi, con notevole ritardo, pubblichamo oggi il ricordo appassionato, vero e sincero, che Nico a voluto dedicare a questo posto, e del quale, sono sicuro, molti di noi si impossesseranno, facendolo proprio.





Oggi venerdì 30 novembre 2007 lui ci lascia per sempre.

Ci lascia quello che è stato un compagno di fredde mattine, noiosi pomeriggi domenicali e poco sobrie serate…..
Anche nei momenti più desolanti , un’unica luce ancora accesa riscaldava i nostri cuori ( un po’ meno i nostri corpi… )
Lui era lì, fermo e immobile ad spettarti, apparentemente inespressivo. Solo chi lo conosceva davvero sapeva coglierne le sfumature; così lo potevi osservare tanto gioioso nelle fresche giornate primaverili quanto triste nelle serate del lunedì, quasi a rispettate l’inizio della nuova settimana.
Lui ti accoglieva, non ti domandava niente, silenziosamente ti scrutava anche quando eri tu a fissarlo, guardando le pareti dal colore imprecisato o la forma stretta e irregolare in cui i suoi spazi ti avvolgevano dandoti una sensazione di sicurezza.
L’aspetto un po’ trasandato, come un intellettuale anticonformista, contribuiva ad elevarne il misterioso fascino.
Misteriose erano anche le sue origini, delle quali, come si addice ad un nobile decaduto, aveva però mantenuto salde le radici conservando il nome nel corso degli anni.
Lui c’era soprattutto nei momenti difficili e persino quando altri più attraenti colleghi ne insidiavano la fama, lui era lì, umile e sicuro di sé.
Oggi sei stanco, chiudi il tuo occhio sul mondo, anzi, sulla strada e qualcosa forse ti porti dietro di ognuno di noi.. di quelli che ti hanno sempre considerato piccola o grande parte della loro vita..

Ciao tea…


mercoledì 2 aprile 2008

Dolomiti '07 - parte terza: Florestano is my co-pilot

Il giorno successivo veniamo salutati da un bel sole, che ci permette di accorgerci dello spettacolare scenario nel quale siamo immersi. Decidiamo, ovviamente, di prendercela comoda, pranzare a casa, e muoverci nel pomeriggio. Così ho modo di apprendere i rudimenti di un’antica lingua druidica che veniva utilizzata dagli indigeni del luogo per non farsi capire dagli stranieri (che venivano poi catturati, seviziati e sacrificati a Bacco nella piazza del paese, ma questa è un’altra storia), per cui se vi dicessi che vi auguro di imbattervi in uno “sburgo nel ciurlo” (e mi guarderei bene dal farlo, sia chiaro, ne andrebbe della vostra e della mia sanità mentale), voi non sapreste mai in quale orrendo destino potreste incappare, ah ah ah (risata satanica) …
Al termine dell’ottimo pranzo preparato da Fabio, cuoco di lungo corso, ci addentriamo in una serratissima disquisizione filosofica, dove assistiamo alla prima, storica enunciazione della rivelatrice teoria dei passaggi a livello, che sembra mettere tutti d’accordo, e che rappresenta un ulteriore miglioramento del sottile postulato secondo cui “le donne son tutte puttane” (lo so, mi scuso se uso parole difficili, ma la filosofia è pura e richiede a volte l’utilizzo di termini un po’ aulici, non è per tutti…).
Il programma della giornata prevede una puntata a San Martino di Castrozza e, in serata, cena presso l’agriturismo “La Busca”, caldamente consigliato da House, presso il quale avevamo prenotato immediatamente dopo il nostro arrivo a Tiser.
San Martino è molto bella, sembra quasi una “Cortina in diminutio“. Approfittando della bella giornata, prendiamo un aperitivo su una terrazza con splendida vista sulle Pale di san Martino. A dire il vero sarebbero le cinque del pomeriggio, l’ora del tè, ma, come è ben noto, in tutto il Triveneto le bevande analcoliche sono illegali*, per cui questa è “l’ora dello Spritz”, (che qui viene dato ai bambini nelle scuole al posto del latte) che ci viene servito accompagnato da una bella varietà di stuzzichini. Mi soffermerei in particolar modo sui peperoncini verdi, che mangiamo solo io e Nico e che, come scopriremo poi con nostra grande sorpresa, si riveleranno fondamentali per passare indenni la notte.



Eccoci quindi pronti per la cena, dove faremo visita al “nano”, come viene soprannominato il gestore dell’agriturismo e (il suo vero nome è Florestano) che, ci avvisa House, è un personaggio molto particolare.
Devo essere sincero fino in fondo: non ero particolarmente entusiasta dell’idea; non so perché, ma sono sempre un po’ scettico di fronte agli agriturismi, dove, trincerandosi dietro la bandiera di una pretesa genuinità, vengono spesso serviti cibi mediocri e maleodoranti.
La Busca si trova a Lambroi, una frazione di Tiser (che a sua volta è una frazione di Gosaldo; se c’è una cosa che ho imparato, in questi giorni, è che Gosaldo è un paese lunghissimo, di cui nessuno conosce gli effettivi confini, e che sospetto si estenda con delle propaggini fino in Ungheria), ed è un vecchio casolare dove si può cenare solo venerdì e sabato, e pranzare la domenica (d’estate, però, è sempre aperto a mezzogiorno).
Se doveste mai andarci, non fatevi ingannare da sciocchi pregiudizi (come il mio sugli agriturismi) o dall’aspetto dimesso della costruzione, lasciatevi alle spalle dubbi e problemi personali e varcate la soglia col cuore leggero. (Se così non fosse, non preoccupatevi, ci penserà la cucina a risollevarvi lo spirito)
L’interno è piccolo (al massimo una ventina di coperti), spartano ma molto familiare. Ci accoglie un ragazzo molto giovane, che scopriamo essere il figlio di Florestano nonché il (formidabile) cuoco. Il nostro tavolo è già imbandito con gli antipasti, e noi non troviamo di meglio da fare che sederci e cominciare a divorare tutto, senza ritegno alcuno, come in apnea. Non ci accorgiamo quasi della figura che si erge alle nostre spalle, che ci scruta divertito e benevolo: Florestano.
Il “nano” è in realtà un bestione imponente, di età indefinibile, dalle movenze felpate e i modi gentili, che gli conferiscono un che di rassicurante e paterno. Ci spiega che ha “abdicato” in favore del figlio, che ormai gestisce il locale con la sua ragazza, che però quella sera è malata, e per questo lui è qui in sua sostituzione. A posteriori posso dire di non essere mai stato tanto felice per la malattia di un’altra persona.
Il menù è fisso e cambia a seconda dell’umore del cuoco e della disponibilità di prodotti freschi.
Si comincia subito con una marea di antipasti particolari e sfiziosi. Tra quello che mi ricordo: zucchine crude con sesamo e senape, pomodori secchi, vari sottoaceti, affettati misti (coppa, speck, salame e soppressa), patè, bruschette al lardo e al pomodoro (con pane fatto in casa), involti di affettati e formaggi, uova sode con deliziose salsine artigianali, lattuga con uvetta e pinoli: tutto divino.
Solo dopo cominciamo a tirare il fiato, prendere confidenza col luogo e renderci conto che, alle pareti, sono appesi testi di canzoni anarchiche e strazianti poesie cilene, di quelle che sanno scaldare il cuore anche più del peraltro ottimo vino che annaffia le nostre risate.
Ecco il turno dei primi: un tris composto da gnocchi di zucca, tagliatelle ai finferli e ravioli burro e salvia, tutto rigorosamente fatto in casa e parimenti ottimo. Dopo il primo giro (per Fabio è durato una ventina di secondi, per gli altri un po’ di più) Florestano passa a rabboccare i piatti di tutti (comprese le due ragazze che non si tirano indietro affatto). Passa una, due volte, e poi, sconfitto ed incredulo, abbandona le padelle sul tavolo.
Più tardi “il nano” ci confesserà di averci sottovalutati dopo averci visto avventare come locuste sugli antipasti, e aver pensato a noi come a degli sprovveduti “sprinter” cittadini, salvo poi doversi ricredere e constatare la nostra ottima preparazione anche sul fondo.
A dire il vero, noi stessi siamo piuttosto stupefatti della nostra prestazione (Fabio poi è da standing ovation: quattro giri COMPLETI non si vedevano dal ’54…). Io e Nico finiamo per convincerci del fatto che i peperoncini verdi di S. Martino si siano costituiti in una complessa struttura reticolare, fondamentale impalcatura in grado di sorreggere al meglio il carico straordinario a cui stiamo sottoponendo il nostro stomaco.
Per secondo, pollo ai peperoni: eccellente (c’è bisogno di dirlo?). Sinceramente non ricordo se il vino fosse sfuso o in bottiglia, ma rammento che scorreva a fiumi ed era molto buono.
A questo punto io ed Eleonora sentiamo il bisogno di alzarci, per non morire soffocati, e usciamo all’aperto, dove presto veniamo raggiunti da Florestano, con il quale intraprendiamo una brillante conversazione sui massimi sistemi. Restiamo totalmente rapiti ed affascinati da quest’omone gentile dalla barba bianca, a metà fra un Che Guevara pacificato e un maestro Zen, una sorta di guru anarchico in sandali, dallo sguardo sereno e coraggioso, placido e intelligentissimo, che ci racconta di come lui abbia deciso di dare una svolta completa alla sua vita ogni cinque anni. Veniamo richiamati alla realtà (abbiamo saltato i formaggi ma ci sono i dolci!) da Erica, e rientriamo con nel cuore la sensazione di essere arrivati vicinissimi alla soluzione dei mali del mondo e l’assoluta certezza che, se nei governi sedessero persone così, la vita sarebbe di sicuro meno amara.
I dolci consistono in un assaggio di sei-sette tipi di torte diverse. Sarebbe già abbastanza per catapultare la serata nel mito, ma (dura a crederci, lo so) il meglio deve ancora arrivare: dopo un caffè d’orzo, Florestano ci lascia sul tavolo almeno DODICI bottiglie di grappe diverse, da lui aromatizzate con erbe varie. Le assaggio tutte (eccellente in modo particolare quella alla liquirizia) ed entro in un empireo fatto di sensazioni contrastanti, la testa è leggera, i peperoncini scricchiolano ma non cedono, e la serata si chiude sulle note della marcia trionfale dell’Aida suonata dall’orchestra degli animali del bosco (o forse questo me lo sono solo immaginato? Non ci giurerei). Alla fine il conto è di 27 euro a testa, cioè nulla, ma in ogni caso cos’è il vil denaro di fronte alle porte del paradiso?
Giudizio: quattro zampini e mezzo (**** ½ )
Uscendo penso alla strada, ai tornanti da fare per tornare a Tiser, a quanto ho bevuto, e al fatto che, stranamente, mi sento lucidissimo, e poi, vado tranquillo, perché “Florestano is my co-pilot”.


La Busca, ovvero: le porte del paradiso

* a tal proposito ci è capitato di assistere ad una scena piuttosto emblemetica: degli uomini in un bar, dopo aver verosimilmente bevuto dai tre a i sei litri di prosecco, erano imbarazzatissimi ad ammettere di ver ordinato "l'acqua granda" (che suppongo essere una bottiglia da litro di acqua minerale), a conferma dell'evidente tabù verso tutto ciò che non presenti un seppur minimo grado alcolico.

martedì 1 aprile 2008

Dolomiti '07 - parte seconda: no bombardino, no party

Una volta aver ripreso conoscenza, non ho dovuto fare molta fatica per adattarmi ai severissimi ritmi imposti alle giornate: sveglia all’alba, verso le 9 – 9:30, colazione frugale consistente in sei-sette etti di pane e nutella e partenza, in auto, verso le 11, alla volta di una meta mai troppo definita. Evidentemente, mi sono detto, le velleità organizzative di House sono state scardinate senza troppe resistenze.
Lo stesso House, del resto, sembrava combattuto tra due poli di attrazione fortissimi e opposti: da un lato, l’ingerenza familiare, sorta di imprinting “gosaldiano”, ben radicata ed evidente nel fratello Italo, che richiederebbe per lo meno trenta-quaranta chilometri in ferrata al giorno, cibandosi di bacche, muschio e piccoli roditori il cui pellame deve essere esibito come trofeo appeso al berretto (del resto, come ben noto, i gosaldiani sono del tutto privi di capelli), e dall’altro un approccio decisamente più “pantofola-oriented” di stampo mediterraneo. Ecco quindi che l’intero gruppo (oltre ad House, Nico ed io, ci sono Eleonora, Erica, Fabio, Massi e Armando) si trova concorde nell’accettare senza troppa resistenza la formula “eat & drive (& eat again)”, che prevede minimi spostamenti a piedi (giusto il percorso necessario per trascinarsi dall’auto al tavolo del ristorante e ritorno) e massima soddisfazione mangereccia.
Per cui quella che dovrebbe essere una breve sosta al rifugio del Passo Giau “per un panino veloce” si tramuta in un’apoteosi, cominciata timidamente con un ottimo sandwich allo speck e birra trappista (Chimay tappo blu, quanto mi piace) e terminata con una freschissima torta di mele e un eccezionale bombardino caldo (a chi si stesse domandando come è possibile farsi un bombardino ad agosto, rispondo facendo notare che c’erano tipo due o tre gradi e nuvole così basse che rendevano il panorama simile a quello della bassa Padana). Voto: due zampini comodi (**). Il tutto, lo ricordo, a due ore scarse dalla colazione.
Si riparte quindi, completamente ubriachi, verso la nostra meta pomeridiana, Cortina, dove ci appresteremo a compiere la camminata più lunga dell’intera vacanza, nello struscio postprandiale del centralissimo Corso Italia.
Qui abbiamo avuto modo di osservare una fauna dalla ricchissima varietà: tra gli uomini, il "tipo Briatore" è ancora il più gettonato (mai visto in vita mia una più alta concentrazione di pantaloni colorati, rosa, arancioni, rossi, verde mela, giallo canarino, roba da mandare in fibrillazione ventricolare anche i più clamorosi fighetti varesini), mentre per le donne, chiedere a Massi – il filosofo del gruppo, intento ad elaborare, proprio in quei giorni, la teoria poi passata alla storia come “modello dei passaggi a livello” – il cui “rilevatore di topa” (un modello non troppo sofisticato, se vogliamo, ma solido e affidabile, costruzione tedesca) è arrivato presto a fondo scala.
Ci lasciamo Cortina alle spalle, non prima di aver progettato con Nico l’apertura di una sezione locale del Partito Comunista Combattente, solo per “vedere di nascosto l’effetto che fa”.
Per la cena ci siamo recati ad Agordo, in un posto di cui purtroppo (mi perdonerete, lo so) non ricordo il nome, su consiglio dell’ineffabile Damiano, vicino di casa di House, che in cambio di un paio di bicchieri di vino e una grappa (credo che non fosse la prima della serata, e forse nemmeno la seconda...) accetta di condurci al ristorante, che sarebbe stato altrimenti irraggiungibile, ben nascosto dalla fitta vegetazione.
Il locale è piuttosto caratteristico ed accogliente, malgrado l’entusiasmo del proprietario e, soprattutto, di sua moglie non sia proprio alle stelle (lo si intuisce dallo sguardo carico d’odio con cui accompagna le portate al tavolo). Evidentemente, da queste parti, le nove di sera sono un orario considerato sconveniente per uscire a cena. Comunque mangiamo piuttosto bene e abbondantemente. Optiamo un po’ tutti per una cena leggera, a base di cinghiale, polenta e formaggio. Io in particolare prendo pappardelle al ragù di cinghiale e, per secondo, cinghiale e polenta. Innaffiamo il tutto con un onesto rosso della casa e concludiamo con una buona torta casalinga, caffè e grappa. Il proprietario passa la serata guardando un film, con ogni probabilità un cult del cinema veneto undergound degli anni ’70, in cui, se non ho visto male, Lino Toffolo è impegnato ad accoppiarsi con una vacca (intesa proprio come quadrupede bovino con le corna, a scanso di equivoci).
Ricapitolando: cena soddisfacente, prezzo che non ricordo ma che mi era parso tutto sommato basso, e servizio cordiale ma freddissimo e distaccato (House direbbe che è la “tempra” della gente del luogo, dura all’apparenza ma morbida in profondità, io la definirei più che altro una malcelata “madornale rottura di coglioni”). Giudizio: uno zampino e mezzo (* ½).
Mi scuso per la totale penuria di informazioni, che non mi permette di ricordare nomi e pietanze (c’era un piatto con un formaggio fritto, mi pare, ma proprio non mi viene in mente), ma non so se questo sia dovuto al ristorante non proprio memorabile o alla combinazione birra-bombardino-vino-grappa che aveva obnubilato le mie capacità cognitive…

Continua…



Passo del Giau

lunedì 31 marzo 2008

Pizzerie - prima puntata: la zingara e la nobile decaduta


Primo appuntamento con le recensioni multiple dedicate a quelle pizzerie che a mio parere non meritano uno spazio tutto per loro. Attenzione, qui si giudica solo “la pizzeria”. Se poi in quel posto sanno fare il miglior stufato d’asino del pianeta, questo, in questa sede, non ci interessa.

Scrivo del ristorante pizzeria La Zingarella, di Lavena Ponte Tresa (VA), a caldo, il giorno dopo aver atteso un’ora e mezza per mangiare una pizza e bere un’annacquatissima birra chiara.
Solo questa mattina, al risveglio, ho realizzato l’infima qualità della cena, dopo che ieri sera, accecato dalla fame, avrei divorato anche buona parte dei commensali (non tutti perché anche il mio stomaco, seppur pochissima, ha una sua dignità…). La pizza aveva la curiosa caratteristica di presentare contemporaneamente il fondo bruciato e il bordo crudo (oltre che il prosciutto tagliato alto un dito, nervoso e scricchiolante). Non dev’essere semplice, complimenti allo chef.
Non era la prima volta che ci andavo, e l’impressione non proprio positiva delle scorse esperienze è stata confermata col botto ieri sera: posto piuttosto caotico, servizio perfettibile (in realtà, a parte un cameriere esperto e professionale, fa piuttosto schifo, ma mi piaceva la parola “perfettibile”), pizza senza sussulti (ieri sera era cattiva, ma di solito è meglio). Nota positiva, sicuramente, il prezzo. In realtà la specialità del posto sarebbe la carne alla brace, ma quella non l’ho mai provata, e poi oggi il giudizio è sulla pizzeria, per cui, per me, sarebbe una palla, ma preferisco lasciare in sospeso il giudizio e riservarmi di esprimermi in via definitiva dopo un consulto col il Gran Consiglio Zampino.

La pizzeria Le Arcate di Induno Olona puo’ considerarsi, a tutti gli effetti, una “nobile decaduta”, una sorta di Pro Vercelli delle pizzerie, con un passato glorioso, con tanto di serie A e scudetti cuciti sul petto.
Di quel passato, oggi rimane solo l’antico, impolverato blasone, e un tentativo abbozzato e invero un tantino patetico di affrancarsi da un destino che, oggi, pare inevitabilmente segnato.
Le cause del tracollo possono essere molte, alcune semplicemente fisiologiche, come i normali flussi e riflussi che ciclicamente sono in grado di indirizzare le fortune di un’attività (e della civiltà tutta) senza motivo apparente (altro caso emblematico lo storico Caffè Veratti di Varese, dove però sarà il caso di soffermarsi più a lungo, non fosse altro perché in quel luogo – e Dio solo sa quanto vorrei sbagliarmi – sta per consumarsi una delle più eclatanti tragedie nella storia del genere umano), altri più squisitamente sociologici, che ad una prima analisi raccontano di una tendenza, negli ultimi due-tre anni, ad un mutamento delle abitudini che prevedono la migrazione verso il centro di Varese, complice quello strano fenomeno chiamato “aperitivo”, a scapito delle periferie, per quanto queste parole – centro e periferie – riferite al contesto Varesino siano piuttosto risibili.
C’è però, e la cosa è apparsa lapalissiana allorché si è trattato di passare alla prova dei fatti, anche un motivo molto più semplice, e tutt’altro che secondario: la qualità.
Già, infatti, senza andare troppo per le lunghe, la pizza qui, un tempo ottima, oggi è francamente immangiabile. Punto.
Si potrebbe finirla qui, e cassare inesorabilmente il posto con due palle facili facili.
Ma noi, oltre allo Zampino, abbiamo anche il cuore d’oro, e non possiamo proprio rimanere insensibili di fronte all’estrema gentilezza e disponibilità del proprietario (la cui somiglianza con Antonio Catania è impressionante e meriterebbe da sola una visita) e delle cameriere (d’altronde, essendo il locale vuoto a parte la nostra tavolata, avevano del tempo da dedicarci), una delle quali, mi è stato riferito, sembrava mostrare attenzioni particolari per il sottoscritto.
Io non mi sono accorto di nulla, e il fatto che abbia scritto il suo numero di cellulare con il caramello sulla panna cotta non significa un bel niente… (tra l’altro può rivelarsi piuttosto utile, ora che c’è da organizzare il mio addio al celibato…).
Voto: mi si stringe il cuore, ma una palla.

Pro Vercelli - 1921

Dolomiti '07 - parte prima: collassi "imperiali"

Quella che segue è la prima puntata della cronaca di una vacanza culminata con una serata magica, il racconto di un’esperienza difficilmente dimenticabile nella sostanza, ma che richiede di essere scritta per immortalarne i dettagli, prima che questi vengano distorti dal ricordo assumendo sembianze mitiche, o semplicemente scivolino fuori dalle maglie della memoria.
Mi decido solo ora a raccontarla, con ritardo colpevole e ingiustificato, dopo aver più volte rimandato in attesa di essere raggiunto da parole più adatte di quelle che riuscivo a trovare, e che, a malincuore, mi appresto ad usare.


Quando, la scorsa estate, mi è stata prospettata la possibilità di trascorrere qualche giorno sulle dolomiti bellunesi, ho accettato di buon grado, vista la buona compagnia e l’umana necessità di concedermi un po’ di riposo, staccando la spina nel mezzo di un periodo lavorativamente piuttosto intenso.
La meta è Tiser, frazione di Gosaldo, paesino vicino ad Agordo, non lontano da Alleghe e Cortina, luogo di origine dei genitori di House, che ci offre gentile ospitalità nella casa paterna.
Il posto è affascinante, soprattutto per via di una leggenda popolare che trovate qui (Eh, si, ci si documenta, non siamo mica qui a pettinare le bambole, noi...), e per la relativa vicinanza con i luoghi della tragedia del Vajont, a cui ci riproponiamo di fare una visita.
Mi ero preparato ad epiche escursioni per impervi sentieri, deciso ad accettare una sofferenza fisica alla quale non sono più molto aduso, sicuro di venire ripagato da scenari indimenticabili, paesaggi mozzafiato, e quel “cameratismo della fatica” che rende speciale il sapore di ogni escursione montana; Per questo il mio bagaglio assomigliava sinistramente a quello di un Messner alla volta del Nepal.
Non avevo però fatto i conti con la disomogeneità di abitudini presente all’interno del gruppo, nel quale la corrente rilassata, capitanata da Nico, ha ben presto preso il sopravvento, finendo per tarpare le ali sul nascere alle proposte del volenteroso padrone di casa.
Io, da parte mia, non ci ho impiegato molto a sopire le mie velleità escursionistiche, complice il mio stomaco molto poco montanaro, che, subito la prima sera, è crollato sotto i colpi inferti da un mediocre prosecco bevuto a digiuno, lasciandomi in uno stato prossimo alla morte apparente per le successive dieci-dodici ore.
A preparare la strada per il collasso gastrico, quello stesso giorno, ci aveva pensato il pranzo presso la Trattoria Impero di S. Nazario (Vi), terrificante bettola per camionisti, dove avevo azzardato un piatto di penne con tonno e olive (prima o poi riuscirò a venire a patti con il demone che sovente si impossessa di me spingendomi ad ordinare piatti del genere nei pressi di Cismon del Grappa) di cui non mi dimenticherò tanto facilmente.
Voto, se proprio dobbiamo, una palla. Non che abbia qualcosa contro le bettole per camionisti, anzi mi affascinano oltemisura, ma se sono tutte così poi non lamentiamoci se i poveri camionisti si addormentano al volante provocando incidenti mortali, perché potrebbe capitare a chiunque di voi, dopo una puntatina in posti come la trattoria Impero.

Continua…



La chiesa di Tiser